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Convinto che il mondo può essere trasformato. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

Un'altra "riforma" dell'art. 18? Ma per favore!

Un ulteriore salto indietro. Questa “riforma” (dopo la “riforma” Fornero i cui effetti sulla nostra economia sono sotto gli occhi di tutti) dell’art. 18 altro non è che un salto indietro ai tempi in cui i rapporti tra l’imprenditore ed i lavoratori erano regolati esclusivamente dai rapporti di forza, a prescindere dal diritto. 

A tutti quelli che pensano che questa nuova riforma sia la panacea dei problemi dell’economia italiana: l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori non interviene sulla libertà di licenziamento, che resta regolata dal principio della “giusta causa” o “del giustificato motivo”!!

L’art. 18 rappresenta una norma/sanzione che condanna il licenziamento ingiustificato (illegale), eliminandone gli effetti. 

Quindi, l’abolizione del famigerato art. 18 non incide sulla libertà di licenziamento - regolata dalla legge - ma sulla repressione del licenziamento illegale (i forti ed i furbi che vogliono sottrarsi all’osservanza delle regole). Il contenuto dell’art. 18 rappresenta una colonna portante per la tenuta della casa dei diritti, sancita dallo Statuto dei diritti dei lavoratori, che tutela la dignità del cittadino lavoratore nei confronti del potere privato.

Il riconoscimento della dignità del cittadino lavoratore impone che sia assicurata la tutela contro il licenziamento ingiustificato (art. 30 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea).

La nostra Costituzione  prevede il godimento dei diritti di libertà a tutti e garantisce al cittadino lavoratore una serie di diritti (come la retribuzione adeguata, la durata massima della giornata lavorativa, ecc.) che impediscono che il lavoro possa essere ridotto alla stregua di una semplice merce del mercato dei fattori produttivi. 

Grazie allo Statuto dei diritti dei lavoratori i principi della Costituzione sono stati fatti valere anche nei confronti del potere privato, introducendoli in un vasto territorio da cui erano stati esclusi.

Cosa accadrebbe con l’abolizione dell’art. 18? Si permetterebbe al potere privato di sottrarsi all’osservanza delle leggi e dei principi costituzionali; la prestazione di lavoro verrebbe trasformata in una merce, con buona pace della dignità dei cittadini-lavoratori e della libertà dei sindacati sgraditi al potere privato, che potranno essere messi fuori dalle aziende, togliendosi dalle palle i lavoratori sindacalizzati, come avveniva tanti anni fa.

Non parlo di un pericolo astratto. Ricordiamo cosa è successo, in questi anni, alla Fiom. La Fiat ha tentato in tutti i modi di cacciarla dalle sue fabbriche, tentativo bloccato soltanto per l’intervento di un giudice.

L’art. 18 è una norma anti- ricatto che pone il lavoratore su un piede di parità con il datore di lavoro. Senza tale tutela, il lavoratore è in stato di soggezione. Con la preoccupazione, con la paura di perdere l’occupazione, i lavoratori vedranno più facilmente ridursi i salari e peggiorare la loro condizione.  E tutti zitti.

L’idea di contrapporre garantiti e non garantiti è una grande cazzata. Qualcuno propaganda ualcunoQQhdcjdkjdkmf  jjjJJKuna strana idea di giustizia secondo la quale se solo la metà della popolazione ha un diritto, la “giustizia” consisterebbe non nel dare quel diritto anche agli altri ma nel toglierlo ai primi. Dobbiamo, invece, lavorare per l’estensione dei diritti, a tutti. La precarietà dei giovani di oggi non dipende affatto dalle conquiste normative dei loro genitori, ma dipende dall'affermazione in tutto il mondo del neoliberismo per il quale il lavoro è solo una merce “usa e getta”.

Attenzione perché il tanto citato contratto unico a tutele progressive potrebbe essere il modo per eliminare silenziosamente la tutela dell'art. 18. Come? Imponendo che i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato prevedano risarcimenti progressivamente più consistenti con il procedere degli anni per il caso del licenziamento ingiustificato ma senza più previsioni di reintegro.
In questo modo i lavoratori che attualmente godono della tutela dell'art. 18 sarebbero da eliminare rapidamente. Il contratto unico a tutele progressive non prevede che dopo un certo periodo di tempo il lavoratore possa godere dell'art. 18. Esso costituisce soltanto un modo soft di eliminarlo dall'ordinamento nel giro di pochi anni, dopo averlo ridotto ad una categoria sporadica.

La definitiva abolizione dell’art.18 è destinata a intensificare la recessione. L’ulteriore indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori, riducendo i salari, accentua il circolo vizioso che va dalla compressione della domanda interna alla caduta dell’occupazione e del tasso di crescita della produttività del lavoro. L’evidenza empirica smentisce la convinzione secondo la quale la moderazione salariale favorisce l’aumento delle esportazioni e, per questa via, l’aumento dell’occupazione. E’ sotto gli occhi di tutti la conseguenza della flessibilità del lavoro: l’occupazione non aumenta.

Altra leggenda metropolitana da sfatare: gli imprenditori non assumono per tanti motivi ma non a causa dell’art. 18. Leggete, a tal proposito, l’intervista di oggi su Repubblica a Sandro De Poli, presidente ed amministratore delegato della General Electric Italia (11.600 dipendenti): “Se l'articolo 18 fosse un ostacolo agli investimenti in Italia, due anni fa non avremmo comprato l'Avio. Non abbiamo mai pensato che quella norma fosse un impedimento alle nostre attività”

Non si investe e non si assume a causa di una giustizia lenta,  del fisco, della burocrazia, della corruzione, della criminalità organizzata.

Sento dire in giro che si tratta di conflitti ideologici e che bisogna smetterla di percorrere questa strada. A me pare che ci si voglia riferire solo ad alcune ideologie, perché ho sempre più netta l’impressione che di ideologia se ne voglia lasciare in vita una sola, vale a dire un liberismo moderno, molto aggressivo.

A rileggere ciò che affermava lo stesso Renzi nel dicembre del 2013 sull’art. 18 (“Questa è l'ennesima dimostrazione di un gruppo dirigente che guarda al dito e non alla luna. No al derby sull'articolo 18, non riparta il dibattito ideologico, se no è melma. Non ho mai trovato nessun imprenditore che mi dice che vuole assumere senza articolo 18, né ho mai trovato un lavoratore che rifiuta un lavoro perché non c'è l'articolo 18”) la domanda del perché di tutto questo si fa sempre più pressante.

La risposta potrebbe essere che ciò che conta per Renzi è farsi vedere capace persino di affrontare quello che sia per lui che per i suoi avversari è un tabù. Di riuscire laddove nessun’altra era riuscito. Operazione da spendere, sotto diversi punti di vista, sia in Italia che in Europa.