
Rubrica "Aggia sbaria' (trad. devo distrarmi)"Discussione sul quarantesimo compleanno”

Pochi giorni fa un mio amico fraterno ha compiuto 38 anni (a me toccherà tra qualche giorno). È stato il primo della vecchia compagnia. Siamo tutti della classe ‘74. Inevitabile pensare al futuro, come anche parlare del passato, del presente. Inevitabile guardare ai quaranta. Il gruppo di discussione era misto, per età e per sesso.
Mi sono fatto,m alla fine, queste idee, che butto giù sprarse. Con un approfondimento per il genere femminile (chi mi conosce, sa quanto lo stimi, quanto mi incuriosisce, quanto tento di “capirlo”).
Non a tutti riesce facile sottrarsi all'angoscia, quando si compie un anno in più. Per molti/e, a un certo punto comincia la preoccupazione di sistemarsi, di avere una famiglia, un figlio. Il giorno del compleanno disturba profondamente anche chi è insoddisfatto della propria vita perché è la giornata riservata al racconto di noi stessi, sì, insomma, fare il punto, a tirare bilanci spesso negativi. Per le donne la “paura del tempo” arriva spesso un po’ prima per ragioni biologiche. Comunque è un evento “inevitabile”, tocca a tutti a noi, uomini e donne, compiere 40 anni.
Molti, in questi momenti particolari, sentono una vocina perfida che chiede…cosa hai realizzato finora?...il lavoro…la coppia…la famiglia…i sogni…i progetti…cosa e come lo hai realizzato?
In secondo luogo, la vocina chiederà…quali sono i tuoi rimpianti? Non diciamo sciocchezze, la vocina sa che ognuno di noi ha pochi, molti, piccoli o grandi rimpianti.
Per poi finire con la fatidica domanda…cosa ti aspetti dal futuro? Eh già, il futuro…
Ho notato delle differenze tra maschietti e femminucce nell’avvicinarsi a questo compleanno. Anche gli uomini, nel loro piccolo, iniziano a sconcertarsi nello scoprire che anche su di loro gli anni lasciano incisi dei segni. Segni che nessuno perdona. Però per la maggior parte dei maschietti è un compleanno come tanti, mentre per la maggior parte delle femminucce è vissuto come una sorta…sì una sorta di esame, un esame che le lambiccare tra bilanci e consuntivi neanche fosse il consiglio di amministrazione di un big della finanza mondiale con il viso coperto di crema antirughe. Tutto viene vivisezionato, setacciato nella paura del…non poter più…o del rimpianto del…non aver ancora...lavoro, amore, figli….
Senza estremismi, qualche pensiero è legittimo, d’altronde lo dice la scienza…intorno ai 40 la vulnerabilità del corpo di una donna aumentae controlli periodici, come la mammografia, si rendono necessari. La crisi un po’ più seria assale chi non ha ancora avuto figli, perché aumentano i rischi e diminuisce la fertilità. Ma perché la maggioranza degli uomini non caricano di tali aspettative questa tappa della vita? Non è solo questione di “orologio biologico”. Fondamentalmente la maggioranza dei maschietti sa essere meno masochista, meno predisposta all’autoflagellazione e riesce a concedersi di affidare qualcosa al caso nell’arco di una giornata o di un’esistenza. Sembra che per femminucce non funzioni proprio così. Vogliono arrivare a 40 anni perfette…devono essere madri, in carriera, in gran forma ed anche con la casa in ordine. Prendete atto del tempo che passa.
Diciamo che dalla metà dei venti anni fino ai quaranta viviamo l’età matura in cui la persona, ormai adulta, sente la necessità di generare, di creare, sia nel lavoro, sia nella famiglia. La creazionwe, quindi, che non riguarda solo il desiderio di mettere al mondo dei figli e di allevarli, ma di creare qualcosa di utile con il proprio lavoro, di insegnare agli altri la propria esperienza, questo include, quindi, i concetti sia di produttività che di creatività e costituisce un momento fondamentale sia sul piano individuale che sociale. Chi non riesce in questo intento si sente vuoto e svuotato, incomincia a porsi domande del tipo...cosa ho fatto della mia vita?... Una donna a 40 anni, ha raggiunto una certa maturità psicologica, ha realizzato importanti obiettivi mentre altri li ha lasciati nel cassetto, incompiuti. Vede il suo fisico cambiare, un volto più maturo, un corpo più stanco, compaiono le prime rughe e i capelli bianchi. Sono i primi segni dell’invecchiamento che raccontano la vita trascorsa, ciò che è stato fatto, anche con sacrificio e soddisfazione, e ciò che ancora si desidera fare, costruire, progettare. La donna a questa età inizia a sentire l'avvicinarsi della menopausa anche solo inconsciamente, cosa che non ha mai fatto prima, perché se temporalmente è lontana, la capacità riproduttiva, ora, è realisticamente ridotta. Questi cambiamenti fisici e psicologici sono evidenti ai suoi occhi e generano, in principio, un certo disorientamento….chi è quella donna matura davanti allo specchio? Sono io? Così cambiata, mi piaccio ancora ma se non mi piaccio cosa posso fare per ritrovarmi?...e poi, ho realizzato quello che desideravo nella mia vita o forse ho fatto scelte sbagliate.. e adesso? Sono ancora in tempo per voltare pagina?... La sensazione è che il tempo sfugga di mano, che ci siano tante cose ancora da realizzare ma occorre farlo in fretta perché altrimenti sarà tardi. Ma la fretta non è una buona consigliera. Si mette in discussione tutto o quasi della propria vita. Si inizia a pensare che quello che si è raggiunto forse non è proprio ciò che si desidera veramente e che è ora di cambiare: adesso o mai più…Emerge il senso psicologico della finitezza delle cose, tutto ha un inizio ed una fine, tutto ha un suo tempo per esistere. L’obiettivo, penso, sia quello di ritrovare se stesse, senza rinnegare il passato ma partire da lì e fermarsi a riflettere, con pazienza, su ciò che è importante ora e in seguito. E’ un momento di transizione, doloroso per quello che si lascia, ma è soprattutto occasione per tirar fuori nuove e importanti consapevolezze di sé e del proprio futuro. Se si è in una fase simile, consiglio di non prendere decisioni avventate ma di aspettare e pensare, guardare indietro, quello che si è diventati e quello che si è, è solo da lì che ci si può ritrovare e con un bagaglio più ricco andare verso una nuova meta. E poi, rimandendo in superficie, cioè all’aspetto fisico, care femminucce, dovreste riuscire a ficcarcvi in testa che ogni età ha una sua bellezza e che non può essere qualche ruga o qualche capello bianco a rendervi meno belle, meno affascinanti, anzi. E la sensualità.. non si esaurisce con il trascorrere del tempo ma, al contrario, la si perde del tutto quando si tenta di rimanere ancorati al passato. Anzi, in quel caso si rischia di diventare ridicole. Cosa c’è di più sensuale di una donna sicura di sé che conservi nello sguardo tutto ciò che la vita le ha dato la fortuna di imparare?
Ogni ruga sul viso racconta una storia, un’esperienza. A me viene voglia di baciarle una ad una, di riomanere, incantato, a fissarle per sentire e scoprire cosa c’è dietro ad ognuna di esse. Se amo quella donna, è anche grazie a ciò che quelle rughette rappresentano, significano. Eliminare una ruga significa togliere a noi stessi un segno lasciato dal tempo e dalla nostra storia, cancellare una parte di noi. Abbiamo lottato, sofferto, pianto, riso: e le rughe che ci portiamo sul viso sono un segno di ciò che noi siamo. Noi non siamo solo mente o immagine, siamo anche e soprattutto corpo. Ma non il corpo usato come strumento, piegato a canoni estetici che non gli appartengono...piuttiosto il corpo nel suo esser-così, al di là della nostra volontà, del nostro poterci fare qualcosa. Il corpo, spesso e volentieri, è stato visto nel corso della storia del pensiero umano come un nemico, un avversario, un peso morto che impedisce alla parte più nobile di noi di librarsi, libera dalle costrizioni di una natura materiale.
C’è, però, anche la visione del corpo come compagno, come espressione più propria di ciò che noi, in realtà, siamo, come sedimento e materializzazione della nostra storia personale. L’ideale, che in qualche modo la chirurgia estetica sembra portare avanti mi sembra sia quello dell’onnipotenza dell’uomo: noi siamo ciò che vogliamo essere.
Noi siamo anche ciò che non possiamo fare a meno di essere, anche volendo. E questa è quella parte di noi che ci appartiene, ma che, per motivi buoni o cattivi, rifiutiamo. Questa parte è innanzitutto il nostro corpo, non di certo qualcosa di interiore, il nostro volto: per chi sa scrutarsi allo specchio o per chi sa ascoltare le proprie posture, il corpo è un profondo pozzo di consapevolezza interiore, di scoperta. Se questo corpo autentico viene coperto o modificato, noi perdiamo una parte della nostra identità.
E ne varrà davvero la pena? Personalmente, come tutti, sono anch’io attratto dai bei visi e dai corpi sodi. Ma c’è un fascino più sottile, sotto i cui colpi cado...il fascino di un corpo che esprime una personalità...nel muoversi, nell’espressione del viso, nel vestire..., un corpo che viene vissuto pienamente, in cui la persona è dentro, a suo agio, presente. Questo non dipende dall’età o dal fisico o dalle rughe....dipende dallo stare ancorati, in contatto intimo, con il nostro centro, il nucleo profondo di sentire che ci costituisce e da cui solo può venire la felicità.
E' inutile raccontarci storie...abbiamo tutti paura del tempo. Delle cose che passano. Sappiamo, come ci che dentro agli orologi sta la morte. Ringraziamo le cose passate. Ringraziamo ogni ruga che ci scopriamo in faccia al mattino, ed ogni nuovo capello bianco. E’ il segno del fatto che abbiamo vissuto. Ed è il segno del fatto che ci siamo ancora, e che altre rughe possono aggiungersi a quelle che già abbiamo. Il tempo è l’unico scotto che dobbiamo pagare per vivere, muoverci, amare, conoscere. Il tempo è un peso e insieme è un trofeo, una medaglia da esibire con orgoglio.
P.S. scusatemi per le invevitasbili generalizzazioni.
P.S. ora sono stanco, poi parlerò della mia coincenzione ddel tempo.



