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Convinto che il mondo può essere trasformato. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

Quanto dura la felicità?

Qualcuno vi ha mai chiesto “Sei felice?” Vi siete mai chiesti cosa sia la felicità? Sull’argomento ho buttato giù qualche rigo nel recente passato (http://www.agostinomorgillo.it/web/content/linfelicit%C3%A0; http://www.agostinomorgillo.it/web/content/la-felicit%C3%A0-il-giudizio-degli-altri-e-schopenhauer).
Oggi mi scappa qualche rigo…da un’altra angolazione.
Come potremmo definire la felicità? Se la definissi come quel qualcosa di inaspettato che aspettavamo e che si concretizza?
Quando accade ciò, siamo felici. Discorso particolare quando l’inaspettato che ci aspettavamo è l’amore, quello iniziale, quello che comincia alimentato dalla passione, quella passione definita da qualcuno come visionaria. Felicità che il padre della psicoanalisi considerava simile al delirio (sintetizzo, brutalizzo…non me ne vogliano gli addetti ai lavori), che, però, rispetto alla patologia delle altre forme di delirio aveva un aspetto dalla sua parte e cioè quello di essere breve. A quanti è capitato, infatti, che dopo la fase iniziale che fa vedere il mondo “diverso”, fa vedere tutto a colori, si inizia a sperimentare il disincanto che diluisce, sfuma la felicità, la fa scivolare in quella zona, purtroppo non sempre a colori, che è la quotidianità e quindi la ripetizione. La felicità derivante dalla passione è una felicità che…come dire…dipende dall’altro. Sicuramente bellissima, stupenda ai suoi inizi, ma purtroppo non duratura. Quell’idealizzazione che tutti facciamo dell’altro si attenua, si stempera e accanto all’aspetto luminoso della persona amata, che la nostra mente aveva creato, compare anche la sua ombra, ombra che ognuno di noi ha. Qui sta il punto…solo se risciuamo ad amare anche l’ombra, potremmo godere di una felicità che duri.
Prima che questo limiti si superi, la felicità non richiede alcun lavoro importante da parte nostra…è la passione che ci trascina senza alcuna nostra resistenza. La circostanza di non dover compiere alcuna fatica, ci fa invadere dalla felicità e, per effetto del suo fascino, non ci accorgiamo di porre la nostra felicità nelle mani dell’altro. Passione uguale a patire l’altro. In una condizione simile…noi non possediamo noi stessi, ma siamo posseduti. E la felicità che ci travolge non dipende da noi, ma dall’altro a cui ci siamo consegnati.
Per raggiungere la felicità duratura non si può pensare di tenere un comportamento passivo. Dobbiamo essere attivi. Non possiamo pensare che si tratti di una felicità che ci capita. Si tratta di una felicità che dobbiamo costruire a partire dall’insegnamento che ci esorta a conoscere noi stessi.  Se non impariamo a conoscere noi stessi capiterà spessissimo di prendere cantonate nella vita. Non sapendo chi siamo, inseguiremo modelli che non ci corrispondono e, quindi, non realizzeremo la buona riuscita di noi stessi.
Questa realizzazione, però, deve avvenire secondo misura, perché dopo la conoscenza di sé è necessaria anche la conoscenza del proprio limite, perché se si ignora il proprio limite, ci si incasinerà sicuramente la vita.
Se fossimo così bravi nel tenere a mente tutto ciò e a metterlo in pratica, potremmo dire distare a costruire una felicità che dura, che non esclude la felicità che ci “capita”, quella che ci viene dalle passioni, ma la riconosce nei suoi limiti e non fa esclusivo affidamento a ciò che ci accade senza un nostro “lavoro”. Questo lavoro non ci espone ad abbandoni e/o tradimenti perché non abbiamo consegnato l’anima per intero a un altro come quando siamo trascinati dalla passione.
In sintesi la felicità che dura è esigente, vuole la conoscenza di se stessi e la propria autorealizzazione, che può essere anche il dono di un altro, ma solo se l’altro, oltre all’amore, riconosce anche la nostra diversità, alterità, e non la confonde in quelle forme di possesso in cui gli amori spesso si risolvono spegnendo la felicità.