
Livatino: quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili
Le parole insegnano, gli esempi trascinano. Solo i fatti danno credibilità alle parole". (Sant'Agostino)
Vent’anni esatti sono passati da quel tragico 21 settembre, giorno dell’agguato mafioso sulla statale 640 in direzione Agrigento in cui Rosario Livatino perse la vita. Fra qualche giorno, il 25 settembre, ricorrerà l’altro anniversario, il ventiduesimo, dell’uccisione, sempre per mano mafiosa, di un altro giudice di Canicattì e di suo figlio, Antonino Saetta col figlio Stefano. Sempre sulla statale 640 ma, questa volta, in direzione Caltanissetta per recarsi a Palermo, suo luogo di lavoro, come Agrigento lo era per Rosario. Morti dunque per aver voluto assolvere il proprio delicato e importante compito istituzionale con onestà e scrupolo, alieni da ogni compromesso o condizionamento che non fosse la loro integerrima coscienza. Lavoratori schivi, servitori silenziosi e infaticabili della giustizia che alle pubbliche dichiarazioni preferivano, per carattere e per convinzione, il quotidiano impegno al tavolo di lavoro, ostinati e senza risparmio: vivevano e lavoravano con eroismo quindi, dato che eroi bisogna essere in questa Italia per svolgere bene il proprio dovere.
Rosario fu ucciso da solo, senza scorta. Fu facile farlo fuori. I sicari lo aspettarono, lo sperorarono, lo inseguirono dopo una breve fuga a piedi nelle campagne, braccato come un animale ferito. Due settimane dopo avrebbe compiuto 38 anni. L’ordine arrivò dalla Stidda, una organizzazione in ascesa che contendeva a Cosa Nostra il controllo delle attività illecite. La Stidda voleva dare una dimostrazione di forza a Cosa Nostra, eliminando quel giudice che, a 36 anni, aveva scoperto l’esistenza della nuova organizzazione e aveva portato alla luce una sorta di tangentopoli siciliana.
Cercava di dare ”un’anima alla legge”, come aveva affermato in una conferenza poco prima dell'uccisione. Giudice ragazzino l'aveva battezzato, invece, Cossiga e non si era certo trattato di un complimento. "Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l'azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno? … Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un'autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l'amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta".
Viviamo nella società del pensiero debole, della morale debole e del conformismo.Il tempo cancella vittime e ricordi. Oggi sarà ricordato Rosario Livatino. Qualche settimana fa, è stato ricordato Francesco Cossiga, ma il nome di Livatino, quel giorno, non lo ha fatto nessuno. E il suo nome andava fatto invece.




