
La movida a Roma
Mettete una sera qualsiasi al centro di Roma (ciò che preferite…Trastevere, Campo dei Fiori, San Lorenzo…c’è l’imabarazzo della scelta). Una birra, due birre, un mojito, uno spritz…Mi aggiro tra le strade dei quartieripiù frequentati, alla moda della capitale come un estraneo, un alieno che viene da un’altra galassia. La parola, il concetto nato in Spagna prima degli anni novanta, rappresentava ancora, quando ero più che adolescente, una sorta di movimento di rottura, la voglia di invadere le strade con nuove energie, nuove idee. La stragrande maggioranza avevano fame di novità e si creavano stili, nella musica come nella letteratura o nel cinema. Si aveva la sensazione di partecipare a un rito collettivo, chi proponeva e chi fruiva erano una cosa sola, necessari gli uni agli altri, tutti proiettati verso un’idea di futuro che non era ben chiara ma si trovava un po’ più in là del presente.Le strade erano già piene, allora come ora, ma le birre, i mojitos erano una sorta di trampolino di lancio verso qualcos’altro e, soprattutto, se qualcosa non era conosciuto veniva seguito con un’attenzione ancora maggiore di ciò che già si conosceva. C’era curiosità e voglia di scoprire. Capisco che sono cambiate molte cose, tanta acqua è scorsa sotto i ponti (anchePete, il leader degli Who, quello che prima degli anni settanta cantava…spero di morire prima di diventare vecchio…ora è un ricco anziano di 67 anni). Però non avverto più la stessa elettricità in queste strade piene di gente. I telefonini sono sempre accesi, le macchine che ci fiondano dal lavoro all’happy hour o alla movida più notturna (tra i frequentatori della movida ci sarà pure qualcuno sensibile al tema dell’ambiente….guardate quanto inquiniamo quando andiamo a zonzo con le nostre auto) e i cervelli sempre più spenti. Ecco. Tutto questo al sistema (quello che critichiamo un giorno e l’altro pure, quello a cui addossiamo tutte le responsabilità di ogni nefandezza, quello che ci definisce giovani ancora a 40 anni deresponsabilizzandoci ulteriormente mentre a noi fa piacere sentirci dare ancora del giovane) fa comodo. Un gruppo sta suonando in un locale. Sono bravi, ma hanno davanti meno di una trentina di persone, mentre fuori ce ne saranno altre 100, impegnati in una gaudente social indifferenza. Non credo che sia soltanto perché gli anni che passano mi fanno vedere le cose in maniera diversa e non sono di quelli che addossa anche questo declino al ventennio berlusconiano appena trascorso. E’ cambiato il modo di stare insieme e di stare in strada. Per me, oggi, movida si può tradurre con gente che si trova per bere davanti ai locali. Gente che scappa di casa, che scappa dalla solitudine, gente che vuole trovare l’anima gemella e deve “per forza” frequentare determinati luoghi, gente che deve sentirsi viva, gente che deve sentirsi apprezzata, gente che deve mostrarsi, gente che deve sentirsi parte di un qualcosa. Tanti io, una moltitudine di individualità. Tanto vuoto. Non riesco neanche a godermi quel languore amaro ma in fondo gradevole che provoca la nostalgia.



