
"La grande bellezza"...insomma...
Sono riuscito finalmente a vedere “La grande bellezza” di Sorrentino.
Buttare giù qualche pensiero, mi riesce difficile perché sono rimasto abbastanza deluso.Il problema talvolta non è il film, ma l'attesa riservata a un film.
Premetto di non essere un “esperto”, metterò giù, quindi ed in modo sparso chiedendo aiuto alla mia “proverbiale” memoria, un po’ di pensieri, sensazioni ed emozioni personali.
Sorrentino ad essere bravo, soprattutto con la macchina da presa, è bravo. Ma tutti quei movimenti di macchina (all’inizio faticavo a starci dietro), quei piani sequenza come cerchi che si stringono sempre più, quei primi piani intenti a stanare il lato marcio, superficiale, vuoto del quotidiano e l'ambiguità della bellezza, mi hanno lasciato perplesso.
Jep, un bravo Toni Servillo, era un giovane scrittore arrivato a Roma dalla Campania alla ricerca della grande bellezza. Si ritrova dopo 40 anni un vecchio mondano sempre diviso tra feste ed eventi, deluso e disgustato di sè e del suo mondo, centro della festa ma non della sua vita (tuttavia ancora curioso e capace di stupore).
Sembra aver scoperto che a Roma, di eterno, ci sono solo vizi e contraddizioni.
Attraverso un viaggio nei propri ricordi e tra figure tristi, almeno quanto lui, come per esempio la spogliarellista di 42 anni che muore prematuramente non si capisce per quale malattia (la Ferilli), l’artista frustrato che tenta di adattare D’Annunzio, scrivere una biografia di Jep (Verdone, un perdente che dopo 40 ammette la sconfitta e ritorna al paesello d’origine, dai genitori), l’illusa ed ipocrita attivista (CompagnaComunista!!) interpretata dalla Ranzi.
Jep deve fare i conti con chi voleva diventare e con chi invece è.
Una curiosità, prima che me ne dimentichi, ma come fa Jep, che nella vita ha scritto un libro 40 anni prima e che si mantiene scrivendo per una rivista (interessata anche ad un articolo sulla Concordia di Schettino), a potersi permettere un tale appartamento vista Colosseo? (scenografia vs sceneggiatura).
Il cinismo trabocca dai discorsi di Jep. Nulla vale per lui, in primo luogo il merito, l’impegno, la serietà, l’entusiasmo, la dignità. Giunto a Roma, tutto questo s’è lasciato alle spalle. Ma ancora ne soffre la nostalgia. E appunto un “nostos” , un ritorno a casa doloroso e impossibile è quello che ora vorrebbe compiere, sentendo più vicino l’evento ultimo della sua vita. Niente attorno a lui ha senso: non la ricchezza volgare di faccendieri e malavitosi, non la superfluità ombrosa di vecchi nobili, non quel che resta di antiche attricette televisive, non il potere tutt’altro che religioso di cardinali in limousine che parlano di ricette così lontani dai fedeli, non le furbizie isteriche di artisti da marketing.
E di questa mancanza di senso Jep fa un alibi della sua stessa nullità. Che cosa riuscirebbe a riportarlo indietro, agli inizi colmi di speranza della vita? Una parvenza nuova d'amore per Ramona (Ferilli)? L’amicizia quasi vera per Romano (Verdone)? La sacralità decrepita e muta di una “santa” che viene dall’Africa? Non c’è bellezza nella Roma splendida di Sorrentino. La volgarità e il cinismo ne sono padroni, come lo sono di Jep, per quanto lui stesso ne inorridisca. In ogni caso, non ha vie d’uscita. O ha la sola che la vita garantisce a tutti. Lui l’attende. Attende la morte. L’attende come fosse il suo nostos, un ritorno a casa e alla grande bellezza di un amore intenso e dolce dell’adolescenza. Da notare il contrasto tra le immagini luminose di quella bellezza e la decrepitezza della santa africana. Intenta, tra mille fatiche e sforzi, a salire una scala che dovrebbe garantirle l’indulgenza. L’arrivo alla fine. La fine alla fine.
Mi sono chiesto e richiesto quale potrebbe essere il senso, il significato del film. Il bisogno di riappropriarsi di un'esistenza sfuggita di mano, sfidando la pigrizia, per non esser più incastrati nelle consuetudini, nella prima opera a cui non si è dato seguito, nell'origine smarrita, nella rendita di posizione?
Ho assistito ad una carrellata di personaggi che credono di essere al centro del mondo, credono di essere il mondo, ma, in realtà, sono ad un passo dalla morte, sono dei fantasmi. Si sente puzza di morte, oltre che di marcio, in questo film. La morte della speranza, la dissipazione del talento che l’accompagna, l’angoscia di chi si trova ad assistere a un finale di partita. L’unica persona “viva”, paradossalmente, è la santa.
Nella carrellata di personaggi proposti da Sorrentino, uno sembra del tutto fuori luogo, posto e vale a dire la santa. Unico personaggio per cui quello che si dice di lei, quello che appare e ciò che è non c’è differenza. Una persona vera, autentica. Di lei non si può dire…è tutto un trucco…come il mago definisce a Jep la vita e la morte.
La vita di Jep assomiglia ad un viaggio tipo quello di Dante. Un viaggio alla ricerca di un senso, del senso, del senso della vita.
Nella prima parte, quasi tutta, di questo viaggio, Jep è travolto, inghiottito da questo mondo maleodorante e bulimico in cui si troviamo vite scontente e incapaci di trovare serenità e senso, fatto di un’affollata solitudine (ricordo la prima apparizione nel film di Jep..tra le due ali di folla), poi prende corpo e forma un mondo interiore fatto di apparizioni, ricordi, immagini, flashback, incontri che inducono ad una riflessione…ed il sorriso di quel cinico di Jep da baldanzoso, strafottente, sfrontato (“parliamo di vacuità, perché non vogliamo misurarci con la nostra meschinità” – “Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro”) si trasforma man mano in uno sorpreso, incerto, zoppicante.
Ultima annotazione…troppe citazioni letterarie ed una leggera superficialità nei dialoghi.



