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Convinto che il mondo può essere trasformato. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

Intervento Tavola rotonda giovani amministratori e segretari di circolo Pd

Innanzitutto buona sera ai presenti.
Caro Pasquale ringrazio, attraverso la tua persona, l’organizzazione giovanile provinciale per l’iniziativa che, tanto faticosamente, è riuscita a mettere in piedi ed anche per avermi invitato a partecipare.

Come potrà testimoniare il qui presente segretario dei GD di Santa Maria a Vico, Giovanni Passariello, e chi lo ha preceduto, ho avuto sempre un’attenzione particolare per l’organizzazione giovanile (la Sinistra Giovanile prima ed i Giovani Democratici poi). Non mi stancherò mai di ribadire quanto sia importante, proficua la partecipazione dei giovani alla vita organizzativa e politica del Partito, con le vostre forze, la vostra freschezza, le vostre energie, con i vostri punti di vista, irrinunciabili ed imprescindibili per me. Al congresso di Santa Maria a Vico li ho invitati a rompere le palle, possono e devono farlo, anche per una questione anagrafica…con l’irruenza, l’istintualità tipica di certi anni. E’ con orgoglio e speranza che guardo a voi….mi rincuorate, siete la testimonianza, la prova che il mio, il nostro lavoro è servito a qualcosa…mi date la forza, l’energia per guardare avanti in una maniera diversa, siete un seme che abbiamo contribuito ad impiantare, seme che potrà portare solo a qualcosa di buono…Per quanto si possa aver lavorato per creare le migliori condizioni per favorire la nascita del movimento giovanile, è indispensabile avere ragazzi volenterosi, determinati, mossi da una forte passione…e di questi tempi di indifferenza e di individualismo. Il circolo politico è una scuola, una palestra di vita. Incontrare giovani che - nella società così fluida, superficiale ed individualista d'oggi - spontaneamente decidono di dedicare una parte del loro tempo all'impegno politico non è cosa frequente e scontata. Dovrebbero costituire un esempio per le loro generazioni (ma anche per i più grandi sempre più latitanti e "deleganti").
Continuate a promuovere le vostre iniziative, continuate ad uscire fuori dalle sezioni, continuate a mischiarvi, sempre visibili, con i vostri coetanei, con i vostri concittadini, interfacciatevi con il mondo in maniera proattiva e combattiva.

Proprio per la mia considerazione che ho di voi, voglio stigmatizzare le assenze e le false presenze dei nostri rappresentanti politici ed istituzionali. False perché sono venuti, si sono fatti salutare e dopo qualche minuto se ne sono andati. Questi atteggiamenti mi fanno proprio incazzare.

Vengo al punto della tua domanda Pasquale.

Parlare di legalità e di criminalità in Provincia di Caserta costituisce questione ancora più complessa. Innanzitutto, per quanto importanti nel tenere un faro acceso su questi temi, non mi vanno troppo giù i convegni, i dibattiti dedicati a questo problemi. Poi il convegno, la manifestazione termina, gli ospiti se ne vanno e noi amministratori veniamo lasciati soli. Soli a studiare le determine dirigenziali, soli a studiare le delibere di giunta, soli a studiare gli appalti, soli a cercare di comprendere dietro un atto cosa o chi si possa celare. E nel frattempo devi stare attento a chi incontri per strada, con chi prendi il caffè, a chi ti stringe.

Non sono d’accordo con le semplificazioni del c.d. modello Caserta. La repressione, secondo, è uno degli aspetti del problema, non l’unico. Il governo, con le sue leggi, i suoi interventi deve fare la sua parte. Così come noi, cittadini, dobbiamo fare la nostra parte. Rileggendo articoli, interviste in occasione dell’anniversario dell’attentato di Capaci, ho avuto la sensazione che spesso lo Stato, la società preferisce “delegare” a singoli.

Secondo me si deve partire da alcuni temi, su cui lavorare in maniera importante.

Come per esempio da un ambiente salubre (in questa regione dove l’ecosistema è stato sistematicamente devastato, depredato, depauperato, violentato in modo spregiudicato e con conseguenze incalcolabili), da un’istruzione di base per tutti (penso alla forte dispersione scolastica che ancora oggi riguarda migliaia di ragazzi. La scuola è uno dei primi anticorpi contro le camorre. Un filo di paglia da solo non fa nulla ma se intrecci tanti fili fai una corda resistente); da una casa per tutti (diritto alla casa è il diritto alla cit¬tà. Diritto alla casa per denunciare il degrado dei quartieri popolari, per rivendicare la vivibilità del territorio urbano. Mi riferisco ai senza tetto di sempre, i terremotati, i coabitanti, gli abitanti dei tuguri, gli sfrattati. Mi riferisco a coloro che non hanno alcuna proprietà e che non possono pagare gli alti fitti del “libero mercato”, ai lavoratori, regolari e non, in cassa integrazione e in disoccupazione, in mobilità o ai lavoratori socialmente utili. Mi riferisco a coloro che sono costretti a vivere nelle grandi periferie dove ci sono solo palazzoni tristi e fatiscenti, e poi nient’altro, a quelli ammassati nei bassi del centro storico, costretti all’umidità ed alla sporcizia, al traffico ed ai rumori; da un lavoro, ma da un “buon lavoro” (svuotare il più possibile quelle sacche di povertà, di disoccupazione in cui vengono deluse le aspirazioni dei giovani senza futuro, i loro bisogni non più procrastinabili. La nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, concretizziamo questo principio, oggi ancora troppo astratto nelle nostre terre. La lotta alla criminalità organizzata comincia dal lavoro, dalla dignità delle persone, dal creare le condizioni affinché le persone non debbano essere private della loro libertà e della loro dignità); da un “sano” funzionamento degli enti pubblici e della politica (penso ad un codice etico per i Comuni, il varo definitivo delle norme anti-infiltrazioni nella macchina burocratica delle istituzioni, al miglioramento della stazione unica appaltante con l’obiettivo di tutelare, di più e meglio, il sistema produttivo e favorire lo sviluppo economico creando un cordone di sicurezza che riduca la permeabilità e la vulnerabilità degli enti locali e delle imprese di fronte alla minaccia della criminalità organizzata, la revisione delle norme sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose. La possibilità di licenziare i dipendenti dell’apparato burocratico, veri e propri uomini cerniera tra le camorre e le amministrazioni. Agli amministratori non solo spetta il compito di difendere e promuovere l’interesse collettivo, ma anche quello di vigilare sui dirigenti. Nelle ultime due legislature un centinaio di parlamentari ha cambiato casacca e a veicolare il consenso sono ormai le singole persone e non i partiti. Dobbiamo rompere questo perverso ed antidemocratico meccanismo, chiedo al partito di non candidare personaggi chiacchierati e compromessi, non rincorriamo a tutti i costi i grandi elettori, fermiamoci un minuto prima di accettare una candidatura, non dobbiamo vincere a tutti i costi, nella falsa convinzione che dopo alcuni personaggi possano essere “gestiti”, isolati. Sarà troppo tardi, ci saremo già compromessi. Iniziamo a chiedere l’antimafia ad ogni potenziale candidato. Ma non basta. Il rapporto camorra-politica riguarda tutti, ci sono le imprese che finanziano le campagne elettorali di candidati improponibili e ci sono i cittadini che barattano il loro voto in cambio di favori); dalla memoria (dobbiamo fare memoria. E’ innanzitutto un dovere di riconoscenza verso chi ha seminato con la propria vita, il proprio sangue una testimonianza che non ci può essere rubata da alcunchè. Le vittime di queste bestie hanno testimoniato e ci hanno passato una torcia perché continui a illumina¬re la nostra esistenza. Don Luigi Ciotti nel ricordare, nel ringraziare tutte le vittime delle mafie, amaramente ha commentato: “Tutte queste persone sono morte perché noi non siamo stati abbastanza vivi”. Chi ha perso la vita per la giustizia, le vittime innocenti, in realtà hanno donato la loro esistenza per un idea superiore. Hanno tracciato un percorso che noi abbiamo il compito di seguire e il dovere di non scordare); da un’informazione “sana” (Grazie all’aiuto di certa stampa si viene isolati, si insinua il dubbio, si viene uccisi due volte. Voglio esprimere la mia solidarietà, in questa occasione, ad un giornalista, un nostro comprovinciale di Pignataro Maggiore, che non ha conquistato la ribalta dei media nazionali ma che comunque ha subito attentati e minacce e rischia la vita per aver scelto di lavorare con la schiena diritta. Enzo Palmesano. Da alcune intercettazioni ambientali emerse che il capocosca locale Vincenzo Lubrano parlava spesso e con rabbia di due giornalisti "che scassavano 'o cazzo": uno era Giancarlo Siani, che la famiglia Nuvoletta-Lubrano aveva già provveduto a far assassinare, e del sopravvissuto, miracolosamente, Enzo Palmesano, eliminato chirurgicamente da una manovra di giornalisti proni, editori compiacenti, politici conniventi e convergenti e boss mafiosi autori di “proposte che non si puoi rifiutare”).

Bisogna lavorare su questo e molto altro ancora. senza doversi piegare alle camorre, ai soprusi.. La nostra Terra ha tante potenzialità da poter esprimere. Ognuno di noi deve lavorarci. La parola d'ordine è continuità. Contro la camorra bisogna combattere tutto l' anno, perchè per tutto l'anno agisce la criminalità organizzata. Non dobbiamo girarci dall'altra parte, e non dobbiamo far passare nelle nostre menti un concetto di legalità sostenibile che accetta mediazioni. Non chiediamo solamente allo Stato, dobbiamo essere noi cittadini i primi a fare il nostro dovere, la nostra parte. Se ognuno di noi pensasse solo a coltivare il proprio orticello, si chiudesse tra le quattro mura di casa propria, di che futuro potremo godere, in quale società ci ritroverremo a vivere tra qualche anno?. Quale società consegneremmo a chi verrà dopo di noi? Siamo tanti, la maggioranza, un popolo e non saranno i camorristi ad avere il sopravvento.
Viviamo in terre ed in un momento storico-politico, in cui dobbiamo parlare con la massima chiarezza, senza metafore o giri di parole, senza buonismi o pelosi garantismi ad una criminalità organizzata che ha fatto terra bruciata nella società, che ritiene di essere padrona assoluta della vita e della morte, oltre che dell’economia, della dignità, dei diritti. A Santa Maria a Vico solo negli ultimi tre anni si sono registrati attentati dinamitardi a scapito di attività commerciali, minacce e percosse a consiglieri ed assessori comunali, l’incendio di alcuni locali comunali dove erano custodite le telecamere che avrebbero dovuto essere installare per il controllo del paese. Negli ultimi anni una frazione del paese, San Marco, è divenuta una delle piazze di spaccio più importanti della regione, vengono a rifornirsi qui dalle province di Caserta e di Benevento e da una parte della provincia di Napoli. Sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole. A Cervino, un paese a due chilometri da S. Maria a Vico, l’anno scorso è stato ucciso il primo cittadino. E’ stato rinchiuso in un'auto e legato. Il veicolo è stato cosparso di liquido infiammabile e dato alle fiamme. L'uomo è riuscito ad aprire uno sportello e ad uscire dall'abitacolo, presumibilmente avvolto dalle fiamme. Il cadavere è stato trovato nei pressi dell'auto. Il processo non ha ancora dissipato tutte le ombre del caso. Tutto questo non è normale, non possiamo assuefarci.
Sfidiamo, allora, chi sull’altare del potere, dei soldi è disposto ad immolare tutto e tutti. Nessun “se” o “ma”, nessuna tolleranza nei confronti di chi ritiene che si possa convivere con la camorra e dunque la capacità di sfidare la camorra, portarla allo scoperto, mostrarla in tutta la sua miserabile essenza, senza alcun folklore o mitologia.
Combattiamo qualsiasi “zona grigia”. Una complicità manifesta, esibita che spesso diventa quasi uno status. A qualcuno mostrarsi complice del camorrista a volte dà forza, glii serve, nella politica negli affari, nel suo ruolo sociale. E’ molto più insidiosa, più pericolosa, più dannosa l’area grigia, quei cento passi fra carnefice e vittima entro i quali trovi anche gli la gente perbene che, però, al momento opportuno, invece di dire sta zitta, invece di fare qualcosa tiene le mani in tasca, invece di guardare in faccia le persone si gira dall’altra parte. La camorra si è nutrita di zona grigia, di un luogo in cui le responsabilità erano di tanti insospettabili che hanno deciso di lasciarsi andare, disarmare, che avrebbero potuto fare, da professionista, da giornalista, da politico, la loro parte.
E’ il limite del nostro tempo: esiste un loro ed un noi che separa e che sottrae anche responsabilità.
Dobbiamo ricostruire dalle fondamenta un’idea del vivere civile affrancato dalla camorra, la pienezza del proprio destino, dei propri diritti, la responsabilità di riappropriarci fino in fondo delle nostre vite. Sarebbe una bella stagione, di grande forza, grande dignità, grande responsabilità, grande fatica perché penso che vivere sotto il tallone della camorra, per alcuni, sia anche più semplice, più comodo. Altri pensano per te, altri a cui hai consegnato la tua vita: alla fine molti si sentono in pace con loro stessi, non hanno bisogno di mettersi in gioco ogni giorno. Il primo giorno di una terra liberata dalla camorra è un giorno in cui ciascuno torna ad essere fino in fondo cittadino e vive la pienezza delle sue responsabilità.
Dobbiamo perseguire la coerenza, la credibilità e soprattutto è importante la continuità delle nostre azioni, scelte e dei nostri impegni, è anche questo il senso di essere qui. Noi chiediamo alle istituzioni che espletino il loro dovere fino in fondo. Noi dobbiamo divenire una spina, nel senso della proposta, nel fianco delle istituzioni per chiedere ciò che è giusto, e cioè la giustizia sociale, la verità, i diritti. C’è bisogno che i diritti non siano scritti solo sulla carta, non siano solo parole enunciate ma che siano carne, siano vita. C’è bisogno di creare queste condizioni. Ci ricordava il gen. dalla Chiesa: che lo Stato dia come diritto ciò che le organizzazioni criminali danno come favore.
Dobbiamo innanzitutto essere credibili. Dobbiamo essere corresponsabili perché noi possiamo e dobbiamo chiedere alle istituzioni di fare la loro parte ma se noi facciamo innanzitutto la nostra parte fino in fondo con coerenza. Non ci deve essere solo la denuncia, giusta doverosa sempre seria e documentata. Ma deve esserci sempre anche la proposta.
Si pongano in essere delle politiche per le famiglie, si creino le condizioni di un sano protagonismo e una sana partecipazione. Chiedo alla nostra società un aiuto concreto, ci aiuti a vivere il passaggio dal sogno al progetto, dall’apprendimento al senso di responsabilità.
Permettetemi un ultimo pensiero. Se, per un attimo, pensiamo che chi è stato ucciso sia un eroe forniamo a noi stessi un alibi, l’alibi per non fare niente, ciascuno di noi non deve essere chiamato a fare l’eroe, ma a essere un consapevole cittadino. Non dobbiamo mai abbassare mai la guardia, non lasciarsi ingannare da quanti vogliono farci credere che ci si possa sentire immuni dal cancro delle illegalità. Il rischio è che in un momento di crisi economica come quella che stiamo vivendo, di disuguaglianze sociali che alimentano le mafie e le camorre rischiamo tutti di diventare “portatori sani” di camorra. Non chiedo a tutti voi di essere eroi ma di essere “cittadini attenti”, ognuno col proprio impegno civile e nel proprio ruolo.
Mentre vi ascoltavo, ho letto, tra le diapositive che scorrevano alle vostre spalle una bella frase di Berlinguer che ritengo molto significativa anche per il tema trattato “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”.

Grazie.