
Intervento al Congresso Provinciale dei D.S.
Care compagne e compagni, siamo alle battute finali di un congresso, che come diverse volte abbiamo avuto modo di sottolineare, assai diverso dal congresso di Pesaro.
Tutto faceva presupporre che vi fossero tutte le condizioni per un congresso aperto, che parlasse alla società, ed in cui ogni iscritto avesse potuto fare le proprie scelte libero da passate cristallizzazioni.
Registriamo, con grande dispiacere, che a livello provinciale non si è colta in pieno questa opportunità. Abbiamo assistito a personalizzazioni a contrapposizioni, che spesso agli occhi dei militanti di base, non sembravano portatrici di alcun contenuto politico, ma apparivano come “beghe personali” da risolvere. Contribuendo in tal modo a scavare, purtroppo, un fossato con la base che ha fame di idee, sentimenti e progetti che siano in grado affrontare i problemi della nostra provincia e di rappresentare il nostro partito nella nostra comunità. E’ stato frustrante cercare di dare risposte ai compagni di sezione, ai simpatizzanti, che per strada o nelle assemblee, con smarrimento, ti chiedevano cosa stesse succedendo in federazione in vista del congresso, perché avevano letto dai giornali provinciali o avevano sentito parlare di schieramenti e candidati alla segreteria diversi all’ interno della stessa mozione, di conte e cose simili. Non è, certamente, di questo che il nostro partito ha bisogno. Avremmo voluto parlare di come riorganizzare la segreteria provinciale, per esempio creando dipartimenti strutturati per aree omogenee e, a cascata, tutti gli altri organismi dirigenti, fino ad ora troppo Caserta-centrici. Forse abbiamo dimenticato come è vasta ed eterogenea la nostra provincia? Ed i nostri comuni come hanno trovato rappresentanza all’interno dei suddetti organismi ? C’è bisogno di una partecipazione più rappresentativa alla vita politica ed organizzativa del partito a livello provinciale, di tipo bottom-up dal basso verso l’alto, semmai con responsabili che si facciano carico di rappresentare le istanze di unioni di sezioni, per ovvie ragioni organizzative. Così si valorizzerebbero realtà vitali e vivaci, con le competenze le più varie, che “hanno voglia di fare ed in molti casi hanno dimostrato di saper fare” con l’ulteriore indubbio vantaggio di un feed-back continuo e dettagliato proveniente dal territorio, del polso della situazione in ogni momento e che purtroppo, troppo spesso, sono schiacciate dalla logica del numero dei tesserati e dei delegati. Avremmo voluto parlare del nostro partito nella prospettiva delle imminenti prossime competizioni elettorali provinciali e regionali. In prossimità di tali appuntamenti elettorali non potevamo e non possiamo, anche per il senso di responsabilità che ha sempre contraddistinto la nostra storia, lasciarci travolgere da questo clima di contrapposizione. Oggi più che mai dobbiamo essere uniti e coesi. Avremmo voluto parlare dei rapporti con i nostri alleati, di cosa proponesse il nostro partito per gli atavici e nuovi problemi che attanagliano la nostra provincia (criminalità organizzata, crisi industriale ).
Indifferibile è anche il problema di un rinnovamento del partito a livello provinciale, problema posto all’ordine del giorno anche da alcuni dei nostri più autorevoli rappresentanti. Amici che hanno viaggiato in Europa, per lavoro o studio, al loro ritorno, facendo un paragone tra quanto hanno vissuto all’estero e la nostra realtà hanno definito la nostra società, così come il nostro partito, quelli dell’esperienza. Mutuo tale definizione perché la ritengo molto calzante. Tale definizione non deve però trarre in inganno. L’esperienza, inutile dirlo, è un valore in sé positivo e talvolta imprescindibile. Le cose cambiano, e si capovolgono, quando l’esperienza diviene il primo e solo metro di giudizio nella selezione della classe cosiddetta dirigente. Meglio, quando l’esperienza diventa l’unico parametro considerato ogni volta che a qualcuno è concesso salire un gradino nella scala della vita. Allora, l’esperienza diventa conservazione. Nel mondo del lavoro e dell’impresa, dove si raggiungono livelli gestionali e di responsabilità rilevanti solamente dopo i quaranta anni. Così è il welfare che tutela chi ha anni di lavoro alle spalle e non invece chi il lavoro non ha, o lo ha solo in forma precaria. Raramente, o sarebbe meglio dire eccezionalmente, il partito, la colazione o le istituzioni da questi amministrati hanno il coraggio e la lungimiranza di affidare incarichi di una qualche responsabilità a chi non sia cresciuto e si sia formato nella scuola di partito (o di quello che ne resta). Meglio lasciare i ruoli che contano nel partito e nelle istituzioni a qualche uomo di navigata esperienza, preferendo la sicurezza della continuità alla paura di uno strappo anche doloroso. Meglio uomini di “riconosciuta saggezza” che giovani e sconosciuti dalle belle speranze. Perchè per le loro speranze di tempo ce n’è, se faranno esperienza. La lezione anglosassone anche qui ha qualcosa da insegnarci. La prospettiva è capovolta. Ciò su cui si investe in questi paesi non è solo l’esperienza, ma sono anzitutto le idee e le energie più brillanti e originali. È dunque partendo da questo capovolgimento di prospettiva che all’estero si dà opportunità di inventare, creare e gestire a chi si trova in tale fascia di età. L’imprenditore investe e lascia libertà d’azione alle idee e i progetti pensati da persone per le quali capelli bianchi e calvizie non sono ancora un problema. Il nostro partito, tranne qualche rara eccezione, appare ingessato. E lo è, tra l’altro, proprio perché privilegia l’esperienza alla originalità, all’inventiva e al coraggio, perchè non sa dare spazio alle forze che potrebbero dargli linfa vitale. Si preferisce la sicurezza delle proprie certezze (l’esperienza) all’incertezza di nuove sfide e idee. La questione è stata toccata, ma spesso solo a parole. Manca forse, anche tra noi, la piena consapevolezza dell’esistenza e soprattutto della gravità del problema. Nessuno “nasce imparato” e su questo si ha ragione. Ma il punto vero è esattamente l’opposto: le giovani leve di oggi che si avvicinano al partito o che si sono formate fuori dal partito vanno ascoltati, e non formati. Vanno cercati e non creati. Servono fiducia e spazio, non insegnamenti che suppliscano alla mancata esperienza nel partito. Partiamo da noi per portare nel partito, nella provincia, nel paese, primo tra tutti gli obiettivi, una nuova cultura. Una cultura delle capacità e delle idee, dell’inventiva e dell’innovazione mettendo da parte quella dell’esperienza e della conservazione. E facciamolo cominciando da casa nostra, dai Ds.
Questa esigenza investe immediatamente il grado di apertura, innovazione, aderenza alla realtà del paese e, nello specifico, del partito. Investe le capacità del partito, come del paese, di selezionare e promuovere i nuovi quadri. Perché è ovvio che una selezione avviene sempre, il problema è in base a quali criteri, quali obiettivi e progetti e la rispondenza degli uni agli altri. Per la sinistra, che ha nell'Europa, nel riformismo, nello sviluppo e nelle equal opportunities un suo progetto chiaro, si tratta oggi di mettere in raccordo progetto e organizzazione del lavoro, progetto e processi di selezione dei quadri, progetto e comunicazione. Meno rivolti all'interno. Chi oggi si rivolge a noi con apertura e attesa di compattezza e concretezza per un'alternativa di governo, ci taccia di scarsa incisività. Comunicazione confusa. Timidezza. Timidezze in parte dovute alla necessità di mediare in una coalizione certo, in parte legate alle difficoltà di tutti, non solo dei politici senior o junior, ma anche degli stessi studiosi e intellettuali, a decodificare il mutamento per capirlo e guidarlo senza subirlo.
Ma la scarsa incisività dipende anche da scelte timide, buone intuizioni lasciate cadere nel vuoto, eccesso di attenzione a problemi interni (di appartenenza, di fedeltà, di corrente, di gerarchia e di luogotenenza) che all'esterno traspaiono e non comunicano nulla di buono. Bene che vada tutta questa diatriba interna si traduce in un silenzio verso l'esterno (su questo che dite? Che fate? Non vi si sente, ci viene rimproverato).
Fassino descrive molto bene questo processo: “in politica... si commette spesso l'errore di subordinare i tempi della realtà a quelli dell'organizzazione. E così se una scelta appare troppo radicale o di rottura, e quindi rischiosa, si preferisce rinviarla, attutirla, graduarla, anche oltre ogni limite ragionevole. Prevalgono, insomma, l'autoreferenzialità, lo spirito di conservazione, l'arroccamento. E si perdono occasioni, credibilità e consenso”. Per selezionare occorre quindi avere chiare le priorità, che certamente investono anche i valori, il progetto, il metodo. Occorre anche sapersi aprire, rischiare, ma anche formare. Quello che manca, è il raccordo con la politica più generale attraverso il partito, con la visione d'insieme. Il partito deve sapersi aprire ed ascoltare le persone per quello che hanno da dire e non per il ruolo che ricoprono, l'appartenenza, la convenienza. Deve saperle formare, deve organizzarsi al suo interno affinché obiettivi, soggetti, politiche e comunicazione collaborino in un tutt'uno coerente, ancorché plurale. Non deve aver paura di rischiare. Il problema della selezione ad esempio è un problema prioritario ma anche un valore, una politica in sé, poiché è il problema del paese in generale. Una politica di sinistra e riformista deve impegnarsi a sconfiggere le corporazioni, le caste, l'appartenenza, la cooptazione, la fedeltà. È questo sistema che ci rende arretrati e ci impedisce di crescere.
Facciamo allora in modo che l'occasione dell'imminente fase congressuale si caratterizzi per uno sforzo progettuale sulle nuove generazioni che faccia alzare la testa oltre i ritenuti indispensabili steccati delle mozioni e induca a pensare scelte forti, a rimettere in cammino quei "pensieri lunghi" che venti anni fa, in un'altra Italia, profeticamente invocava Enrico Berlinguer.



