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Convinto che il mondo può essere trasformato. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

Il falò di San Giovanni a Paternopoli. Esperienza emozionante

Venerdì sera sono stato parte di qualcosa di magico. Sono stati giorni pesanti, volevo staccare un po’ la spina. Decido di accettare l’invito degli amici del ristorante “La Ripa” (leggetevi il post che gli ho dedicato, dovete, però, cercarvelo..pigri!..perchè non ve lo linko) di Rocca San Felice (AV), Enza e Rocco, al falò di San Giovanni di Paternopoli (AV). Terza edizione di un falò organizzato da un loro caro amico, Gigi. Mi dicono che non me ne pentirò, che ne vale la pena fare qualche km. Mi incuriosiscono.
Mi attrezzo: navigatore, sigarette in abbondanza, una bella compilation di Vinicio Capossela e compagnia perché la stanchezza (che già c’era in abbondanza), il vino (che, conoscendo Enza e Rocco, sicuramente ci sarebbe stato), una strada che non conoscevo mi impensierivano un po’.
Sono le 20:30 e la tizia del navigatore mi dice che mi separano 82 km dalla meta, poco più di un’ora d’auto. Stica…sono arrivato alle dieci perché, come al solito, mi sono perso e per di più con il navigatore ed i km da 82 sono passati quasi 100. Rocco era stato molto chiaro nel darmi le indicazioni…se avessi fatto la strada indicatami piuttosto quella che la tizia mi “costrinse” a percorrere. Quindi tutto quello che mi ero appuntato, non servì a niente. Rocco, per di più, non mi rispondeva al cellulare (poi vi spiego il perché). Gli ultimi 20 km li ho fatti paese paese, fermandomi ogni tanto a chiedere informazioni ai passanti autoctoni…non vi dico che avventura…un’avventura nell’avventura. Nell’ordine: un arzillo vecchietto sugli 80 anni che, dopo uno sguardo tra l’interrogativo ed il rimprovero (come a dire “ma che c…o ci fai qui se devi andare a Paternopoli?) in un dialetto tutto suo tentò di farmi ritrovare la retta via…ma niente da fare..avevo capito ben poco…ma proprio come lingua, un sessantenne che mi disse di percorrere una strada…ad un certo punto chiusa al traffico per una festa di paese…ma come sei del posto e non sai che da qui ad un km la strada è interrotta?  e che ca…ed infine un distinto signore sulla settantina che, una volta avvicinato, mi accorgo avere l’orecchio bendato per cui dovetti sforzarmi non poco per farmi capire…per poi sentirmi dire che lui di sti falò non ne sapeva niente. Bene. Niente panico. Seguo l’istinto, dovrei essere vicino. Mi avventuro in quelle di strada di campagna, poco illuminate e con molte curve fino a che…non vedo il fuoco del falò. Mentre mi avvicino alla “luce”, mi accorgo di macchine posteggiate ai lati della strada…e vai, forse, ce l’abbiamo fatta. Incontro un ragazzo addetto al servizio parcheggio che mi conferma essere quello il falò di Luigi Tecce. Minchia è stato un viaggio!

Parcheggio capientissimo e molto organizzato grazie a diversi volontari che ti accompagnavano al tuo posto con radio ricetrasmittenti e pila d’ordinanza.
Guadagno il viale d’ingresso ed dopo pochi metri entro in un cerchio magico, faccio un salto spazio-temporale. Sulla destra si apre una distesa d’erba con alcuni alberi dove regna sovrano il falò di Luigi, una pila di legna alta tre-quattro metri che ardeva maestosa dandoti il benvenuto nel magico mondo di Luigi.
Il vialetto d’ingresso mi introdusse nell’aia, delimitata a sinistra, di fronte e a destra da tre manufatti ad un piano, e che ospitava una parte dei tavoli e delle panche dove trovai gli amici di Luigi a mangiare e a bere (la restante parte dei tavoli era sparsa sul prato della tenuta).
Vado dove c’è più confusione e vedo, dietro ad un banchetto posto all’ingresso del corpo centrale dell’abitazione, Enza con alcuni amici che raccoglie le offerte per il reparto enogastronomico. Sulla mia sinistra noto una fila di persone alla fine della quale scorgo una griglia di un paio di metri, un po’ rialzata, dietro cui è all’opera il maestro Rocco di Rocca, il geologo ristoratore. Saluto Rocco (ad una certa distanza per ovvi motivi), ed Enza che mi spiega un po’ come funziona la serata. Nel frattempo mi presenta un po’ di persone: Marghe, Ciccio, Filo, Enzo, Giuseppe. Reincontro, dopo tre anni, Alfonsina. “Pretendo” che mi venga presentato il maestro di cerimonie, il proprietario della tenuta. Enza blocca una persona che, indaffarata, va su e giù, tra la folla. E’ lui, Luigi Tecce. Esile, mingherlino, barbetta, cappelli brizzolati, occhio malinconico, timido, sincero, umile. Non so perché ma mi ricorda, lontanamente (molto), Sergio Rubini.      

Enza mi racconta la storia di Luigi. Una bella storia.
Luigi è una persona controcorrente, un visionario, un anarchico, nella vita come nel lavoro. Da giovane, dopo la scomparsa del padre, con testardaggine, orgoglio, passione decide
di continuare a lavorare la terradi famiglia. Inizia da zero, si rivolge a consulenti esterni. E dopo anni in simbiosi con la sua terra e le sue piante…la magia, le sue creazioni, le sue opere d’arte, il Poliphemo (vino che insieme alla persona di Luigi hanno ispirato il maestro Capossela per la composizione di Vinocolo dell’ultimo album Marinai, Profeti e Balene…avrei voluto esserci quando alla Ripa si sono incontrati Vinicio e Luigi ..un incontro tra titani dell’anarchia, della visionaria follia), il  Satyricon. Vini non da meditazione, ma come dice lui da immaginazione. Vini unici, mai due annate uguali. Nelle sue lavorazioni, tutte le fasi della produzione, vigna e cantina, sono svolte in prima persona. Vuole racchiudere in una bottiglia, parte della sua vita e del suo territorio.
Nella sua vecchia cantina, come un mago, come un alchimista d’altri tempi,
sperimenta, con le poche tradizionali attrezzature che ha (dalle botti rigorosamente in legno agli orci di terracotta) seguendo i metodi di un tempo . Niente trattamenti in vigna, modo migliore per testare l’uva: assaggiarla continuamente. Niente vendemmia prima della seconda metà di novembre. E logicamente vendemmia manuale.
Luigi tre anni fa, decise di organizzare, nella sua tenuta, il falò di San Giovanni, la cui tradizione, credo, conosciate. Sacro e profano, cristianesimo, paganesimo, riti contadini propiziatori, storie di streghe. Un meltin polt, come le persone incontrate venerdì. Nato per pochi intimi, il passaparola lo ha reso un evento da non perdere.
Atmosfera magica, aggettivo di cui ho abusato, ma l’unico veramente appropriato.
Il falò accogliente, la brace instancabile, il vino idilliaco (e che vino…abbiamo bevuto due bottiglie di Poliphemo del 2007 ed una di aglianico “semplice”), le fisarmoniche, le tammorre (battito ancestrale della natura), le nacchere, gli strumenti a fiato. All’improvviso sentivi suonare, poi cantare, si creava subito un gruppo di persone attorno ai musicisti (anche loro “volontari”, appassionati, autodidatti) e poco dopo vedevi persone, di tutte le età, di ogni estrazione sociale, danzare tarantelle, pizziche. Si sono creati fino a tre diversi gruppi di musica, canto e ballo. Il nostro tavolo di 10 persone (c’era anche Rino, il gigante buono cuoco della Ripa!) è stato intrattenuto dalla chitarra di Enzo e dalla voce e dalla fisarmonica di Filo. Tutto così spontaneo, genuino. Un senso di “antico”, di calore, di solidarietà, di comunità che mi ha colpito, rapito. Per una sera è come se si fosse fermato il tempo. Avevano ragione Enza e Rocco. E’ stata una scoperta emozionante. Mi hanno fatto sentire a casa, uno di famiglia. Voglio essere adottato da Luigi!!!
....poteva essere una serata perfetta se solo se....