
Militanza: le difficoltà d'oggi ed i ricordi di ieri
Militanza: le difficoltà d’oggi ed i ricordi di ieri
Da chiacchierate intercorse con i compagni più anziani e dal vivere la sezione dall’età di 14 anni, ho potuto evincere che all’interno del PCI esisteva una regola non scritta per cui ogni tesserato, per poter essere ritenuto un bravo militante, doveva cimentarsi ciclicamente con il volantinaggio, lo speakeraggio e l’attacchinaggio. Ho conosciuto compagni che ritenevano importante, in una misura che oggi farebbe sorridere, la celerità con cui si rinnovava la tessera, il numero di simpatizzanti portati per la prima volta in sezione. Sempre in quegli anni, i più bravi diffusori de L’Unità, durante i giorni della cosiddetta diffusione militante, ricevevano dei riconoscimenti ufficiali che stavano a rappresentare la loro bontà in qualità di militanti. Per me la domenica era, ancor di più, un giorno di festa, perché mio padre mi portava con sé a distribuire L’Unità, quindi potevo godere, rispetto agli altri giorni, per qualche ora in più della sua presenza.
Secondo me, tutto questo aveva una sua efficacia all’interno di un sistema dove la funzione dei partiti nella società era piuttosto nitida. Possiamo girarci intorno, ma uno degli aspetti cruciali su cui basare una riorganizzazione della militanza all’interno di un partito è quello di come gratificare gli sforzi dei militanti e di promuovere un’etica meritocratica al suo interno. Si tratta di un problema non semplice per l’evidente specificità che caratterizza un’organizzazione politica rispetto ad altre forme di organizzazione. È evidente che gran parte dei militanti sono mossi da passione su base volontaria e motivata dalla propria etica e dai propri valori.
In un partito politico, non si potrebbe (e non si dovrebbe, aggiungo) usare il medesimo sistema d’incentivi e promozioni che vige in una qualsiasi altra organizzazione. Rese chiare queste riserve, dobbiamo però avere anche una concezione pragmatica dell’individuo. Una visione polarizzata e manichea del problema non rende conto della sfaccettata realtà di queste organizzazioni: non esiste solamente il becero carrierismo da un lato e dall’altro la militanza unicamente ispirata dagli ideali. Anche il militante di un partito politico ha aspettative sul riconoscimento e la gratificazione dell’operato profuso. Questo riconoscimento dovrebbe avvenire attraverso la delega di nuove e maggiori responsabilità dirigenziali e attraverso la valorizzazione del capacità umane e intellettuali del militante.
La difficoltà nasce nel dover valutare i nuovi modi di contribuire alla vita di partito che convivono con quelli precedenti: c’è chi è sempre presente e organizza quella quotidianità indispensabile per una sezione; c’è chi è uno sporadico militante che però contribuisce al dibattito culturale interno; e ora c’è anche chi non può garantire una militanza «fisica» ma che contribuisce alla vita del partito grazie al suo networking, alle nuove tecnologie.
In buona sostanza, con il mutare delle condizioni sociali, economiche e tecnologiche sembra essere emersa una distinzione sempre più netta tra una militanza “quantitativa” ed una “qualitativa”.
Il modello quantitativo è, in un certo senso, un riflesso condizionato della cultura della società di massa, dove la forza del partito è nella numerosità del gruppo e i singoli sono tali in quanto membri del gruppo, con ruoli, tempi e forme di partecipazione pressoché identiche da militante a militante. Ovviamente, ogni partito ha ancora la necessità di una spina dorsale organizzativa che renda la sua struttura capillare sul territorio e permanente: a questa necessità corrisponde una partecipazione di tipo quantitativo, vale a dire una presenza costante nelle sedi e nei luoghi del partito politico e anche una partecipazione alle funzioni organizzative di base da cui ogni partito non può prescindere.
Per partecipazione qualitativa intendo invece una forma d’impegno basata su competenze specifiche, generalmente provenienti dall’attività professionale. Quindi una forma d’impegno diversificata, con funzioni, tempi e modalità di partecipazione diverse da militante a militante. Una partecipazione personalizzata, che si contraddistingue per flessibilità di rapporto e che potremmo definire come “postmoderna”.
In generale, l’incapacità di valorizzare la partecipazione qualitativa è il grande limite dei partiti politici al momento. Il problema non è solo quello delle tante risorse sprecate; si tratta anche di segmenti qualitativamente importanti del nostro paese che non hanno visibilità, anche e solo come semplici testimoni di un percorso di vita, all’interno di luoghi nati per cogliere dei fenomeni e dar loro una rappresentanza.
La mia esperienza mi ricorda di aver scelto un percorso non semplice ma intenso, un percorso che ti faceva rimanere indietro di un paio di esami l’anno e perdere anche amici lungo la strada, perché non avevi tempo o perché semplicemente ognuno sceglieva i suoi impegni, le sue priorità, i suoi amori. Era un concetto di militanza quale la scelta di condividere una vita, di sognare assieme e di mettere in pratica quello che pensavi quello che volevi, quello che non era mai solo passione individuale ma che era sempre passione collettiva. Quella che spesso non ti lasciava tempo per tante cose, ma anche quella che aveva il tempo per tante cazzate, tanti momenti per i quali, mi sento di dire, valeva la pena vivere una vita. Imparare dagli occhi di chi ti stava accanto, imparare un’intimità che non era intimità, che era una sorta di patto, un patto che senza parole diceva che una vita valeva la pena inventarla, insieme.
All’inizio della mia militanza il termine “Compagni”non mi piaceva molto, lo trovavo desueto, arcaico, passato…poi piano piano ho capito cos’era un compagno...non era un amico, a volte era anche quello, ma non solo, non era un fratello, un compagno era una persona di cui ti potevi fidare, con cui condividevi e costruivi, con cui piangevi e ridevi, con cui ti sei spaccato il culo giorno dopo giorno, con cui hai scritto le relazioni e i volantini, ti sei scambiato i libri, hai viaggiato in pullman sgangherati, hai gridato slogan e cantato canzoni, hai urlato di gioia e di dolore. Salette inaccoglienti piene fumo, riunioni fiume che finivano a notte inoltrata, documenti politici in cui si soppesava la singola virgola, incontri nelle sezioni dei paesi più sperduti della provincia e della regione, l’organizzazione delle feste de L’Unità, organizzazione che ti risucchiava per settimane intere (data l’esiguità dei compagni impegnati) e che significava lavorare di testa e di braccia (la cucina, il palco, il programma politico, il programma degli spettacoli, le luci, l’amplificazione, senza giorni ed orari prestabiliti. Un compagno era la persona che volevi accanto durante un corteo, da prendere sotto braccio nelle prima fila e con lui scontrarti con la paura che hai dentro e affrontarla dall’esterno. Un compagno non ti stava semplicemente accanto, non camminava con te, ma costruiva insieme a te la via che stavate percorrendo… ed era un emozione bellissima, indescrivibile.
Il mio modesto contributo affinchè tutto ciò non sia dimenticato, ma possa essere, per qualcuno, scoperto, e per qualcun altro, rivissuto.



