
Visita ai cassintegrati dell'Asinara
Era una promessa strappata ai compagni di viaggio. Se Sardegna doveva essere per qualche giorno di riposo, il compromesso doveva essere la Sardegna del Golfo dell’Asinara. Il perché era presto detto. Avrei coronato un mio sogno. Portare la mia solidarietà umana e politica agli operai della Enichem poi diventata Vinyls. Operai la cui protesta ho mediaticamente seguito sin dall’inizio.
Cercherò di riassumere gli aspetti salienti almeno dell’ultimo anno e mezzo di questa vertenza. La Vinyls di Porto Torres si vede interrompere, dall’Eni, la fornitura della materia prima per debiti pregressi non pagati. Logicamente non si può lavorare senza materia prima. L’azienda entra in cortocircuito. Non si lavora, non si produce, non si generano profitti, aumenta la massa debitoria. Conclusione: l’azienda viene commissariata. Un industriale, Lorenzo Sartor, si fa avanti per acquisirla. Ma solo dopo tre settimane è costretto ad avviare la procedura del fallimento a causa di un inspiegabile e repentino aumento del prezzo della materia prima deciso dall’Eni. Si passava d'emblée da 70 a 270 euro la tonnellata (mentre in India la stessa sostanza la si vendeva a 170 euro a tonnellata). Epilogo: cassa integrazione per tutti. Per far ripartire gli impianti è necessaria una fideiussione da 20 milioni di euro. Risulta difficile trovare qualcuno disposto ad impegnare questa somma. Alla fine sono gli stessi operai a trovarli, ma il governo li blocca. I nostri governanti pensano che possano essere considerati aiuti di Stato da parte dell’UE. Il Governo assicura gli operai: “Abbiamo chiesto le autorizzazioni del caso all’UE”. Niente di più falso. Dal Governo non è mai partita alcuna richiesta, come risulta da un’interrogazione al Parlamento europeo.
Tutto molto strano per un fiore all’occhiello ( e non solo a dire dei nostri governanti) della produzione di Pvc, della chimica italiana.Ci sono tutti gli elementi per pensare ad un preciso disegno politico: l’energia invece che la chimica. Altrimenti non si spiegherebbero tante proposte di risoluzione del problema accampate in aria, assurde, pretestuose. Non si spiegherebbero tempi così biblici. Non c’è volontà politica. Un muro di gomma.
Inizia la protesta. Gli operai si incatenano ai cancelli, occupano la Torre Aragonese di Porto Torres, bloccano l’aeroporto di Alghero. Dopo alcuni disagi creati alla popolazione, decidono di cambiare strategia. Non intendono creare problemi a chi sta come loro o anche peggio. Quindi decidono di occupare l’ex-supercarcere dell’Asinara. Così danno vita all’Isola dei cassintegrati. Evidentemente una provocazione che voleva sfruttare il lancio de L’Isola dei famosi per dare visibilità a coloro che stavano perdendo il posto di lavoro.
Era il 24 febbraio 2010.
La partenza è programmata per mercoledì 18.
175 giorni di autoreclusione. Quasi 6 mesi.
Sveglia alle ore 7:00. Partenza per Porto Torres dopo un caffè ed aver comprato i giornali. Il porto dista circa 18 km. Alle 8:00 parte il traghetto SaraD. Tempo previsto per il viaggio un’ora ed un quarto. Il cielo è coperto. Meno male, almeno si respira un po’.
Durante il viaggio penso a tutte le vertenze in attesa di risoluzione, ai tanti, troppi tavoli aperti in tutta Italia.
Alle crisi aziendali della mia martoriata regione. L'Alcatel di Battipaglia (SA), la Pellezzano Servizi (SA), la clinica privata Villa Alba di Agnano (NA), la Cosmarina di Castellammare di Stabia (NA), la Europol di Ercolano (NA), la Cam di Napoli, la Asl2 di Giugliano (NA), la Comifar di Carinaro (CE), la Hydrogest di Villa Literno (CE), il Consorzio di bacino Caserta1, la Sirti di Benevento, la Ixfin di Marcianise (CE), la £M di San Nicola la Strada (CE), la CTP Esplana Sud di Nola (NA) e tante altre realtà che fatico a ricordare. Migliaia e migliaia di lavoratori senza futuro, in stand by, in attesa nemmeno loro sanno più di cosa. Ma che continuano a lottare, dimostrare, occupare, presidiare, urlare la loro rabbia e disperazione. In queste terre di lavoro nero e camorra.
Queste crisi sommate a tutte le altre sparse per l’Italia danno la cifra della macelleria sociale di questi ultimi due anni.
Nel frattempo vengono utilizzati milioni di ore di cassa integrazione ordinaria, cassa integrazione speciale, cassa integrazione in deroga. E penso a tutti coloro i quali non hanno diritto a questi ammortizzatori. A tutti i precari senza alcuna rete di protezione e prime vittime in caso di crisi aziendale. A tutti i dipendenti delle piccole imprese, circa il 94% delle aziende italiane, scoperti da ogni welfare. E nonostante tutto ciò, da maggio non abbiamo un Ministro dello Sviluppo.
Con questi pensieri sbarco a Cala Reale intorno alle nove e mezza. Alle spalle della struttura c’è l’ufficio informazioni. Ne approfitto per capire come organizzarmi. Decido di non prendere la navetta che fa da spola da un capo all’altro dell’isola. Dalla cartina cerco di capire da che parte iniziare. Il mio senso dell’orientamento è prossimo allo zero. Un caffè, una bottiglia d’acqua, zaino in spalla ed inizio il mio “pellegrinaggio laico”(dieci e mezza). Dalle indicazioni raccolte, in due ore e mezza sarei dovuto arrivare al supercarcere (circa 9 km). Così non è stato. Un po’ perché il fisico non mi accompagna più come una volta ed ogni tanto sentivo il bisogno di riposare un po’. Un po’ perché non avevo calzature adatte per una “passeggiata” del genere. Un po’ perché ne ho approfittato per godermi lo spettacolo dell’Asinara. Natura allo stato brado. Ogni tanto incrociavo la navetta con i turisti, una pandarella dell’ufficio tecnico, una jeep del Ministero dell’Ambiente e la jeep dei Carabinieri. Poi punto. Nulla più. Se non qualche asinello ed altri ominidi a piede libero come me. Il resto era cielo, mare, vegetazione, vestigia che rimandavano al passato e silenzio. Tanto silenzio. Quel silenzio che ti rasserena e che ti mette in contatto con la tua parte più interiore, intima.Dopo più di quattro ore, arrivo al carcere. Ho di fronte questo muro bianco con un grande ingresso con su scritto Direzione Centrale. Intravedo due bandiere rosse accanto al portone. Ci siamo. Un po’ di emozione mi prende. Tanti pensieri mi si affollano nella mente. Oltrepasso il portone e mi ritrovo in questa struttura carceraria a corte aperta, con muri di colore bianco che contrastano l’azzurro di porte, infissi ed inferriate. Sulla sinistra trovo degli striscioni e sento delle voci arrivare dall’ultima porta. Intuisco di poter trovare lì chi sto cercando. Mi soffermo un po’ nel cortile. Mi giro e rigiro attorno. Non riesco ad entrare. Ho l’impressione di invadere, violare qualcosa di intimo, di personale, di sminuire la sacralità della battaglia che gli operai della Vinyls stanno conducendo. Mi darebbe fastidio l’idea di essere omologato ai tanti turisti che vanno a fare visita, quasi come si fa con gli animali allo zoo. Dopo alcuni minuti metto da parte tutte le mie pippe mentali e decido di entrare nel locale che hanno adibito a mensa. Cerco di farlo in punta di piedi, delicatamente. Gli operai stavano finendo di mangiare. Impacciato come non mai, mi presento chiedendo scusa per l’intrusione. E lì accade ciò che non avrei mai previsto Vengo accolto da un’umanità che mi lascia spiazzato, senza parole. Ho trovato a quel tavolo una grande famiglia. Sembravamo conoscenti che non si vedevano da un po’. Inizia un giro di presentazioni. Oggi ci sono anche le mogli ed i figli. Poi ricomincerà la scuola ed il lavoro per alcune mamme. E tutto sarà più duro da affrontare. Ricordo solo alcuni nomi…Tino, Andrea, Lorenzo, Gianmario. Di tanti altri non sono riuscito a memorizzare nemmeno il nome. Vengo invitato a sedermi, a mangiare frutta, a bere un bicchiere di vino. Declino con cortesia e ringrazio per l’ospitalità. Mentre mi viene chiesto dove abito ed altre informazioni personali, tutti riprendono posto. Noto le magliette che indossano. Riportano la loro foto dietro le sbarre ed un pensiero che mesi fa ho postato sul mio sito (Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso). Rimango in piedi a parlare con Andrea Spanu (in foto). Ricapitoliamo un po’la loro storia, del come si sono organizzati per vivere e resistere sull’isola (solidarietà di persone ed associazioni) e finiamo a parlare delle nostre vite. Come vecchi amici. Non intendo riportare il contenuto della conversazione. Pensieri ed emozioni personali. Così come non pubblicherò le foto delle celle dove “alloggiano” (una branda, un armadietto e un lavandino senza acqua potabile). Mi fa vedere, orgoglioso, il loro libro “Cento giorni sull’isola dei cassintegrati”, il cui ricavato andrà all’associazione “Sardegna amaci” e che servirà per acquistare macchinari per i bambini ricoverati in Pediatria (di ritorno sulla terra ferma ne racimolo 8 copie da regalare ad amici e parenti). Si sono rinchiusi in un carcere perché senza il lavoro non c’è libertà. Come dargli torto. Sorseggiamo un caffè e fumiamo non so più quante sigarette. Il tempo, purtroppo, vola. Si fanno le cinque. Inizio a salutare. Alle sei parte l’ultimo traghetto per Porto Torres. Ci scambiamo gli indirizzi mail. In prossimità del portone d’ingresso dico ad Andrea “Potranno portarvi via il lavoro, ma la dignità no” e lui “Non è complicato, basta non piegare la testa di fronte a un’ingiustizia”. Non ho idea di come andrà a finire la vertenza, comunque ha lasciato un segno indelebile. Anche dentro di me. Con un groppo alla gola,gli occhi colmi di commozione ed il pensiero di come posso essere d’aiuto a questi ragazzi, ci salutiamo. Hasta la victoria!






