
In viaggio con Vinicio Capossela (foto)
Sabato sono salpato per un lungo ed intenso viaggio immaginario.
Porto di partenza, un porto senza mare, un porto in collina: Casertavecchia, Casa Hirta, borgo di origine altomedioevale.
Non potevo non rispondere all’invito del Capitano Capossela e della sua ciurma per l’ultima data in regione.
Luogo incantato, pietre stanche ma ancora lì, testarde e superbe, a raccontare storia e storie.
Sul palco, un enorme scheletro non di una balena, ma della balena bianca, una delle principali protagoniste di questo affascinante viaggio. Grandi costole che perimetrano lo spazio degli orchestranti. Sullo sfondo spesse corde, un telo bianco ricorda un albero maestro e la sua vela. Una prua di una nave, a completamento di una scenografia molto essenziale, davanti al palco. Prua da cui il Capitano pilotava un organetto verso orizzonti musicali imprevedibili e dove esegue alcuni brani (I fuochi fatui, La bianchezza della balena, Che cos’è l’amor, Il ballo di San Vito – o ballo di santino come dicono i miei nipotini di 3 anni già introdotti all’ascolto del grande Capossela - L’uomo vivo - ormai questa canzone è una specie di liberi tutti, appena Vinicio l’annuncia, i seggiolini numerati si svuotano e gran parte degli spettatori va sotto il palco a ballare).
Mi lascio andare, mi perdo per questi spazi fantastici, onirici ed incontro i protagonisti più disparati dell’ultimo lavoro di Vinicio: il marinaio Billy Budd, il Polpo innamorato (otto braccia per “amare meglio”…non vi è mai capitato di sussurrare alla donna amata di desiderare più braccia per poterla abbracciare di più e meglio, per far sentire di più la vostra passione, per poter, contemporaneamente, esplorare diverse parti del suo corpo?), La Madonna delle Conchiglie, Lord Jim, Medusa cha cha cha, Il grande Leviatano…
Uno spettacolo complesso ma molto coinvolgente, in cui proprio come fanno i bambini quando capitano per la prima volta in un parco divertimenti, sono rimasto a bocca aperta e con gli occhi che luccicavano. Per i costumi (ed i cappelli di Vinicio…ne ho perso il conto di quanti ne abbia cambiati…dal cappello di ammiraglio all’elmo acheo), per le musiche, per le invenzioni scenografiche (le maschere di ciclope, del minotauro..), per le capacità di Vinicio di rendere un concerto un evento unico, irripetibile. Una performance molto fisica, diretta, intensa che sembra estrarre il tempo e fermare un attimo di eternità: carne e sangue, respiro e calore, un Capossela coinvolgente ed emotivo, che riesce a far ragionare il cervello e a mettere in moto lo stomaco ed il cuore. Istinto, passione e regione.
Il capitano non si risparmia, ci fa viaggiare per più di due ore e mezza senza scali, senza fermate, ed apparentemente senza meta con la sua musica senza categoria. Quando il viaggio sembra terminato, torna di nuovo sul vascello per un bis speciale, unico momento, a parte quello iniziale (“Dalla parte di Spessotto”, “Medusa Cha Cha Cha”), in cui propone pezzi intramontabili del suo repertorio, più che in viaggio per mare sembra di essere ad una festa di paese. (“Che coss’è l’amor”, “Il ballo di San Vito”, “Si è spento il sole”) per poi chiudere il viaggio con “Le Sirene” commovente riflessione sul ritorno a casa. Vinicio è un artista profondo, a volte un po’ ostico, diciamo “non immediato”. Spesso ci chiede uno sforzo in più per seguirlo, ma, alla fine, ne vale sempre la pena. Da questi incontri ne esco sempre arricchito. Ha un’intensità e una capacità di tenere il palco come pochi. Riesce sempre ad evitare di ripetersi, di diventare una macchietta di se stesso. Non vuole piacere a tutti i costi.
Alla fine raggiungi il porto sano e salvo, felice, commosso, pensieroso, stremato, stordito. E il merito è tutto suo. Eravamo stati avvertiti ad inizio concerto che stavamo per iniziare un viaggio che sarebbe finito solo quando l’equipaggio con il Capitano lo avrebbe deciso. Ora che sono sceso di nuovo a terra, ne sento già la nostalgia, proprio come quando, da piccolo, leggevi un libro di avventura, ed una volta finito ti sembrava di aver perso per sempre quelle emozioni, quei brividi.
Ho sognato, ad occhi aperti, anche questa volta.
Quella raccontata da Vinicio Capossela ne "Marinai, profeti e balene" è stata una vera e propria storia di mare in musica. Si è raccontato, infatti, di marinai, di profezie, di onde e di sfide lanciate dall’uomo verso gli abissi, verso le sue insidie e le sue paurose creature. E’ un’opera complessa, enorme, densa, ricchissima sia nelle sonorità, mai così varie, che nella ricerca, per quanto riguarda i testi, di colti riferimenti tratti dalla letteratura classica e mitologica.
Il mare: un mondo di colori, suoni, storie, ricco di mitologia e di animali strani, “fuori” misura, mostro beffardo, imprevedibile da sfidare con un sorriso ed in compagnia di un bicchiere di rum, da rispettare in silenzio, con l’intelligenza di un Ulisse, di un Achab che sfidano la sorte alla ricerca di un impossibile eternità.
Una marina commedia. Un disco, come lui stesso lo ha definito, fuori misura e non solo perché doppio. Fuori misura in quanto denota uno sforzo di ricerca, di studio, di sperimentazione fuori dal comune. Nel primo disco Vinicio attinge, a piene mani, da Melville ed il suo Moby Dick (ben 5 tracce si rifanno all’opera), da Celine, dalla Bibbia. Nel secondo disco troviamo molta mitologia greca con Goliath, l’Aedo, le Sirene di Ulisse ed il sentimento che rapiva i marinai in mare (potremmo definirlo come quella che conosciamo sotto il nome di nostalgia) il Nostos.
A tutto questo si aggiunge la sua scrittura inconfondibile e la sua voce affabulatrice. Poesia, letteratura e salsedine. Come ci ha detto lo stesso Vinicio, l’opera è stata incisa a strati. Il pianoforte, le basi e le voci sono state incise tra il castello aragonese di Ischia e Creta, quindi posti di mare. Dopodichè le canzoni pian piano sono cresciute, come un’onda, arricchita, da sonorità provenienti da tutto il mondo (non ho mia visot tanti strumenti “strani” tutti insieme: le percussioni indonesiane gamelan, la viola d’amore barocca, il santur, le onde martenot, il theremin, la sega musicale, l’ondioline, il clavicembalo barocco). Un lavoro che non posso non definire e-s-a-g-e-r-a-t-o, titanico, straripante.
L’attenzione per il mare da parte di Vinicio non è nuova (vedi Canzoni a manovella ed anche Ovunque proteggi). Ma in quest’opera è come rapito, ossessionato dal mare. Il mare simbolo della limitatezza dell’uomo, degli oscuri disegni del destino, teatro di gesta, luogo del mito, sfida al destino, scenario di passioni umane, organismo vivente, acquario infinito.
Si abbandona totalmente e ci trascina in un viaggio indefinito, indefinibile e pericoloso tra navi fantasma, sirene, polpi, foche barbute, balene, madonne delle conchiglie e serafini con occhi di biglie, marinai coraggiosi che sfidano la tempesta, profeti che interpretano i sogni e gli enigmi dell'esistenza, i profeti, le domande della e sulla vita, il dubbio simbolo della pochezza, della fragilità umana, i marinai metafora dell’anelito di scoperta che alberga in ognuno di noi (o quasi), la necessità di conoscere con tutti i rischi connessi, perché la conoscenza è separazione, limite tra il noi che eravamo e il noi che saremo. Il viaggio come sfida, atto coraggioso che consente di arrivare, attraverso un percorso tortuoso e tormentato, alla conoscenza del mondo e, quindi, di sé stessi. E’ un disco, da questo punto di vista, antropologico, fatto di canzoni piene di enigmi e di domande. Solo in mezzo al mare, lontano dalle regole umane della terraferma, gli uomini possono comprendere meglio il senso della propria esistenza e del proprio destino. Il viaggio verso l’indefinito, tra le correnti e le onde, come metafora del viaggio di ognuno di noi verso il proprio destino; un viaggio che è meglio affrontare da soli perché il viaggiatore che arriva più lontano è quello che viaggia da solo. Farsi coraggio di fronte alla tempesta, nei momenti di paura e di scelta. L’attesa ed i suoi inganni, il come non si è mai protetti contro la propria debolezza, il doloroso sentimento della nostalgia, le danze tremanti dei fuochi fatui, la potenza e la misericordia di Dio, l’amore che può uccidere o farci risorgere (l’esecuzione de La lancia del Pelide, solo voce e piano, è stata emozionantissima, da commuoversi) chi nasce dalla parte sbagliata di mare, corpi sputati dal mare come la statua della Madonna delle Conchiglie. Si parla di noi reietti e della nostra lotta tra bene e male, eternamente in bilico tra desiderio di salvezza e fascino della perdizione.
Un cammino solitario in cui perdersi è la maniera più veloce di ritrovarsi, alla fine, e riconoscersi. Si è partiti dalla pancia del grande Leviatano, il mostro descritto da Giobbe nel vecchio testamento, come re su tutte le fiere più superbe. Piano, organo e coro, con testo tratto da un passo del Moby Dick tradotto da Cesare Pavese. Dalle fauci di quel liberatore tremendo e divino prende il via quel caleidoscopio di ballate, gighe, canzoni di prigionieri, canzoni da uniforme, colonne sonore della vita tra i flutti del mare.
Il concerto di Vinicio è stato teatro, recitazione. Con toni meno “deliranti” rispetto al passato, più pacati, salvo qualche (toccante) eccezione, come è avvenuto ne I fuochi fatui (Sebbene tu sia luce che prorompe dalle tenebre/ io sono tenebra che prorompe dalla luce) e ne La bianchezza della balena (niente è più terribile di questo colore una volta separato dal bene).
Diversi i momenti “più leggeri” come quando ha cantato Pryntil con le sorelle Marinetti (sirenetta amata da Nettuno e trasformata da una Venere gelosa in essere umano fino ad essere esiliata sulla terraferma, dove diventerà una ballerina che capisce subito come usare le gambe..), Lord Jim (con le vele che lo conducono incontro al suo abbaglio, testo sull’irrimediabilità dell’errore, e sull’errare come sua conseguenza, storia di un eroe fallibile ispirata a Conrad), per poi passare alla giga medievale di L'oceano, Oilalà, alla travestita (l’abito da polpo…è stata una scelta spiazzante) danza tra i tentacoli del Polpo d'amor, ai cori cadenzati dal rumore delle catene di Billy Budd, il racconto, un ruvido blues, di un innocente condannato a morte ingiustamente e il delirio di Polifemo, fatto ubriacare astutamente, chiamato in questo brano con il neologismo Vinocolo, fino alla liquida Calipso.
E poi… l'elegia ancestrale di Aedo, la delicata Madonna delle conchiglie musicata con un magico carillon, protettrice dei marinai, Dimmi Tiresia, ode all'indovino imbevuta di dubbi amletici…La debolezza umana, l’indecisione, la scelta, tratti comuni agli uomini ma anche agli eroi, le cui gesta sono ripercorse attraverso alcune delle canzoni appena citate (Polifemo, Ulisse, l’Aedo, Billy Bud e Lord Jim). Oltre l’attesa, c’è anche il ritorno. D’altronde la vita è scandita dal ritorno, dalla capacità di ripartenza, imparando però a gestire i rimpianti, la nostalgia.
Sentimenti sì umani ma estremamente ingannevoli, che ci fanno idealizzare una realtà che non è più e che oggi stentiamo a riconoscere. Alcuni temi del pensiero di Vinicio ritornano come il viaggiare, il conoscere, la scelta, il coraggio, l’errore, la presenza, l’assenza, il porto, l’isola di Itaca che è dentro ognuno di noi.
Siamo nella pancia dell’oscurità, nel mostruoso Leviatano, dove non regna né la virtù, né la conoscenza…e nemmeno il senso del destino. E fin quando ce ne staremo tranquilli nel suo ventre, non ci sarà vita, né conoscenza e nemmeno uno straccio di destino.
Ma siam capaci di riprendere il largo, una volta ed una volta ancora, osservare le vele gonfiarsi e tendersi e poter guardare, di nuovo, altrove.
E' un viaggio intrigante e questa non è una novità con Vinicio, con una lunga processione di affascinanti fantasmi. È un intricato labirinto in cui è lo stesso Vinicio che ci chiede di perderci con lui. Un districarsi ed uscire vivi dalla stiva di una grossa nave piratesca, piena di cunicoli, botole e nascondigli. Nel frattempo si boccheggia, storditi, in cerca di una via, di un passaggio facilitato. Si arriva alla fine del viaggio stremati, ancora boccheggianti.
Uomini che da centinaia di anni continuano nella loro ricerca di una rotta tra quello che non è più, quello che è stato e quello che non è e/o non sarà mai. Spogliati di fronte al destino.
Tornare indietro e trovare cosa? chi? e come? o l’impossibilità di tornare indietro e quindi la malinconia del ricordo. Ed anche in questo caso andare avanti è molto difficile. Perciò, forse non ci resta che rovistare tra le macerie di ciò che è stato, e magari trovare qualche pezzo, qualche coccio e tenerselo stretto. Con il coraggio di riconoscere che il paradiso nostro è questo qua, fuori dalla grazia, fuori dal giardino…(Dalla parte di Spessotto).
Le foto non sono un granchè. L'organizzazione ci ha richiamato diverse volte...e poi lui non stava un secondo fermo...













