
Tuo padre...vieni...non sta bene
La telefonata che non voleva ricevere...il pensiero che aveva sempre tentato di scacciare via.
Erano circa le 20. Era in macchina, ancora a sbattersi per lavoro.
Una voce tremante e confusa che realizza essere quella di sua madre.
“Cosa è successo?” replica lui intuendo con timore sommesso.
“Tuo padre...vieni...non sta bene...”
Svolta d’improvviso, ed un pensiero è fisso nella sua mente: le parole e la voce di sua madre...”vieni...tuo padre non sta bene”.
Il terrore di non sapere cosa avesse trovato una volta a casa. Tutte le paure esorcizzate negli ultimi anni e purtroppo fondate su alcune patologie già presenti da tempo, quei presentimenti che ogni tanto lo assalivano, all’improvviso si concretizzano. La testa si svuota, diventa leggera, non riesce a concentrarsi sul da farsi, anche perché non ha capito cosa stia succedendo…ha attaccato il cellulare subito dopo quelle scarne parole. La corsa a casa sembra non finire mai, il tempo sembra scorrere più lentamente. L’ansia, il panico ti prende, la sensazione di qualcuno che ha conficcato la mano nello stomaco e ti sta rimescolando le viscere. Il cuore pompa disordinato, scomposto e il sudore ti solca la fronte.
Arriva a casa senza essere riuscito a mettere un po’ d’ordine nei suoi pensieri, a recuperare un po’ di lucidità per il da farsi, inebetito.
Entra trafelato come se avesse percorso il tragitto a piedi, di corsa. Il padre è disteso sul divano, nel salottino.
E’ semicosciente, pallido, immobile, respira a fatica, lentamente, a bocca aperta. La madre, in lacrime e shockata, al telefono a chiamare chissà chi altro.
Rimane, per qualche secondo, fermo e sconvolto sull’ingresso, trattenendo il respiro. Il tempo sembra, ora, essersi fermato.
Non riconosce in quel corpo sfatto sul divano la stessa persona che lo lanciava al cielo da bambino, che boxava con lui, da ragazzo, nei pomeriggi delle estati assolate, che sì sempre confrontato e scontrato con lui con una vis oratoria unica, fonte di insegnamento continuo, quella persona attiva, solare, disponibile, punto di riferimento di un’intera comunità, porto accogliente e sicuro in qualsiasi tempesta, nonostante tutto. Qualsiasi razionalizzazione diventa difficile....la vita ha fatto il suo corso, panta rei..ribalta ruoli e funzioni...ora tocca a te...
Trattiene le lacrime, rinsavisce, raccoglie anima e coraggio e si avvicina al divano.
“Papà, sono io, mi riconosci? Riesci a dirmi cosa ti senti?”
Sbiascica qualcosa di incomprensibile, non è sicuro nemmeno che l’abbia riconosciuto.
Come cazzo fare a capire che sta succedendo e cosa fare?
Chiama un medico, amico di famiglia, a conoscenza dei problemi pregressi, consiglia il ricovero. Si organizzano, confusi ed impacciati.
Il padre ha una vita turbinosa e piena, sta pochissimo a casa. Amici, circolo, uscite, sempre a disposizione di tutti, le letture, la scoperta di Internet, serate a teatro, di ribelle insofferenza verso i doveri familiari. A volte lo vorrebbe più tradizionale, divorato dal desiderio di fare il nonno. Vita piena,appagante. Ma va bene così perché la gioia di vivere dei propri genitori è confortante, anche quando è sfrenata.
Tutto questo rassicura. Anche perché con un padre così nei momenti di sconforto, può abbandonarsi al suo abbraccio, sapendo di essere in buone mani. La vulnerabilità di un genitore, nonostante qualche problema esistente comunque ritenuta eterna e invincibile, è un colpo basso. Toccare con mano una seppur piccola crepa della colonna a cui ci si è appoggiati ha portato uno sconquasso indescrivibile. La prima linea è il nostro destino, per quanto si tenti di posticiparlo. Diventare grandi significa anche accompagnare all’ospedale chi fino a “ieri” ti ha accudito e stupito con la sua vita.



