
"Se non ora, quando?", le donne, le puttane ed i miei dubbi
Sono stato contatto da più parti per partecipare alla manifestazione "Se non ora, quando?" organizzata anche a Caserta per il 13 (piazza Dante, ore 10). Leggendo diversi interventi in questi giorni ed ascoltando gli inviti con relativi ragionamenti, mi sono fatto un pò di idee mie che tento di esporre. Dinnanzi al nodo complicato espresso dal trittico sesso, denaro, potere ritornata in auge grazie ai recenti scandali del nostro sultano dal culo flaccido, la risposta data dalla mobilitazione di piazza ha il limite, secondo me, di ridursi unicamente a una delle tante manifestazioni di indignazione civile. Reazione viscerale dunque. Di fatto politicamente inconsistente. Per me una risposta non adeguata a sciogliere quel nodo complesso che chiama in causa il ruolo della donna nella società postmoderna e postpatriarcale. Qualcuno dirà….ma resta pur sempre uno strumento, forse l’unico rimasto. Ecco perché, dicono, è importante esserci, nonostante tutto. Per me è una logica della falsa partecipazione. Falsa perché fornisce a tutti una risposta facile, immediata, viscerale che non richiede di fatto una seria riflessione sugli avvenimenti in atto nella nostra società. Scendiamo tutti in piazza sabato, così poi ci sentiamo di aver fatto qualcosa. Che cosa non è importante, basta fare. È sufficiente protestare. Qualcosa prima o poi succederà. Qualcuno si muoverà. Forse. Boh? Intanto, così facendo, siamo tutti deresponsabilizzati. Non c’è più bisogno di rielaborare un effettivo pensiero critico, di analisi sul presente. Troppo fatica, troppo sforzo. Protestiamo allora. Scendiamo in piazzia. Per le donne. Per la questione morale. Per le vittime di una società che si ricorda ogni tanto di essere fallocentrica. Dietro a questa falsa partecipazione si cela un’etica della rinuncia e una pratica della rimozione. Ecco gli strumenti di una sinistra e di una società civile che preferiscono l’indignazione all’organizzazione di un pensiero, di una protesta, di un’azione effettivamente collettiva, perché politica.
Pochi sono consapevoli dei limiti della protesta. Pochi hanno dimostrato di avere consapevolezza nel mettere in guardia chi sia sollecitato a considerare le Olgettine come povere vittime. Si tratta di un’emancipazione malata. Questo è il vero nodo problematico della questione (H)Ar(d)core. Per affrontare seriamente il problema bisognerebbe, innanzittutto, cominciare a riflettere sull’emancipazione femminile in relazione alle conquiste ottenute nel Sessantotto. Tema enorme. Senz’altro. Tuttavia, se vogliamo evitare di considerare le Olgettine delle vittime di un’ingiusta società, per riconoscere fin in fondo anche la loro soggettività, bisogna spendere almeno due parole sull’argomento. Queste donne hanno fatto una libera scelta. Liberamente hanno deciso di trarre profitto dalla mercificazione del loro corpo. Indecente. Inconcepibile. Certo. Ma la libertà della soggettività può portare anche a questo. Allora dove sta la gravità nella loro libera scelta? Il problema risiede nel fatto che, agendo così, si finisce per supportare un immaginario maschile che continua a rappresentare la donna innanzittutto come mero oggetto sessuale. Si continua, cioè, ad avvalorare una visione maschilista della società. E la cosa più grave sta nel fatto che a farlo siano delle donne per libera scelta. Il femminile ancora una volta viene negato in favore di un maschile in crisi. È un nuovo tipo di negazione, pari a quello delle donne manager. Il soggetto attivo nella compressione del femminile non è più il maschile autoritario e sovrano della società patriarcale, ma il femminile emancipato che usa la sua libertà come strumento per supportare una nuova versione del maschile. Un aggiornamento necessario preso atto della fine del patriarcato. Le donne manager da un lato, le Olgettine dall’altro sono due facce della stessa medaglia. Quella di un femminile che ha incarnato il nuovo volto del maschile. Forse queste affermazioni risulteranno degli azzardi. Forse lo sono. Ma come leggere questi ultimi avvenimenti? Che cosa ci dicono? Di che cosa sono sintomo? Insomma è tempo di chiedersi quale sia la condizione della donna nella società postedipica, postnovecentesca e postpatriarcale. E se questa emancipazione malata fosse in realtà, purtroppo, l’unica emancipazione possibile all’interno dell’orizzonte capitalistico? Forse bisognerebbe iniziare ad interrogare il rapporto tra il femminile e il capitale.
Infine, mi piacerebbe che si parlasse meno di corpo e più di parola femminile. Lo sappiamo...siamo immersi in una industria culturale che mercifica i corpi, soprattutto femminili, per erotizzare le merci, di consumo e di intrattenimento. Sappiamo pure che le tv berlusconiane hanno fatto di questo modello il loro verbo, senza peraltro incontrare alcuna resistenza né nella tv pubblica né nella stampa d'opposizione, come s'è visto dall'insistenza con cui il fronte antiberlusconiano ha continuato a sbattere in tv e sui giornali i corpi delle olgettine invece di spostare l'obiettivo su quello disfatto del sultano. Ma sappiamo anche che non è per questo, o primariamente per questo, che la parola e il pensiero femminile faticano a trovare corso e riconoscimento nella sfera pubblica, politica e culturale, italiana. Ne troverebbero di più, se l'immagine del corpo femminile fosse più pudìca, più composta, più severa? Ne dubito assai. E' il caso allora di ricordare a tutti, libertini di destra e moralizzatori di sinistra, che il corpo di cui il femminismo rivendicò la riappropriazione negli anni '70 è un corpo-mente: fisicità e parola, sessualità e pensiero, insieme, prendere o lasciare.
Mi piacerebbe, poi, sentir parlare più di sessualità e inconscio, e meno di diritti e parità. Non vedo il nesso che altri stabiliscono fra degrado sessuale maschile e regressione sociale femminile. E non solo perché non condivido la tesi, davvero da discutere, per cui, cifre alla mano, sul piano sociale le donne (altro è il discorso che riguarda il declino dell'intero paese) starebbero sempre peggio: qualcuna che ricordi l'Italia pre-femminista potrebbe onestamente sostenerlo? Ma perché, se è sempre stato vero che la sintassi dei diritti non collima con il linguaggio della sessualità, tanto più è vero oggi che il sistema berlusconiano ci mette davanti a un potere maschile che prescinde del tutto dal piano della legalità formale e si avvale di dispositivi che investono direttamente il corpo, il sesso, l'immaginario, l'inconscio. E' quella che qualcuno ha chiamato …la vita psichica del potere…, che non si contrasta a suon di regole. Anche qui va rovesciata la domanda: forse che le notti di (H)Ar(d)core non ci sarebbero state in un regime di maggiore parità formale fra uomini e donne, o forse che la corruzione della rappresentanza stile igienista dentale sarebbe stata fermata da una bella legge sulle quote rosa? D'altra parte, in tanto rumore massmediatico sul sesso, paradossalmente (ma non troppo) è proprio il sesso, o meglio la sessualità, il grande assente dalla scena e dal discorso. Dalla scena del sultanato, dove una performance compulsiva del godimento surroga il fantasma dell'impotenza e l'assenza del desiderio. Ma anche dal discorso antagonista di molte giovani, dalle quali capita di sentir parlare del sesso solo come di un dispositivo di assoggettamento al biopotere e al biocapitalismo. C'è ancora, e dov'è finita, la sessualità come luogo di emergenza del desiderio e della soggettività?
Vorrei infine sentir parlare di libertà femminile più che di dignità della nazione, e di relazione fra i sessi piuttosto che di uomini amici delle donne. Il rapporto reciproco che uno degli slogan consigliati per il 13 stabilisce fra dignità delle donne e dignità della nazione io non lo vedo, e se è certo che la dignità della nazione trarrà vantaggio, se non altro sui giornali stranieri, dalla manifestazione, è altrettanto certo che dignità e libertà femminile si sono affermate da sempre non dentro e con, ma dentro e contro le vicende, oggi e non solo oggi alquanto indegne, della nazione, e in un movimento ben più largo dei suoi confini. Tanto meno mi sembrano credibili quegli uomini, perlopiù di ceto politico, che hanno promesso di scendere in piazza a presidio della dignità delle loro donne, un lapsus neopatriarcale neanche tanto sottile. Io sento solo quelli che hanno approfittato delle note vicende non per tutelare le donne ma per scoprire e dire qualcosa di sé.



