
Ristorante Museo La Ripa. Assolutamente da provare
Rocca San Felice è un paesino di circa 900 abitanti in provincia di Avellino (alta Irpinia, vicino a Sant’Angelo dei lombardi, per intenderci). Cosa, o meglio, chi mi ha portato lassù a 110 km da casa? Una persona eccezionale, Enza. Ho conosciuto Enza grazie ad una consulenza partenopea. Esperienza iniziata a fine 2006. Eravamo un bel gruppetto di giovani (e meno, come il sottoscritto) ben assortiti. Enza faceva parte della “colonna irpina” insieme ad Eliseo, Lorenzo, Assia, Italia, Alfonsina, Peppino, il mitico coordinatore filosofo (spero di non aver dimenticato nessuno, nel qual caso chiedo preventivamente scusa). Enza è uno scricciolo di ragazza, ma non fatevi ingannare! Sotto le sembianze di una tranquilla ragazza, si nasconde un vulcano di idee e di azioni. Una vita (nonostante la giovane età) complessa, densa, dura, stentata, ferita, come purtroppo molte altre di quella provincia, dal terremoto dell’80, una vita che persone “normali” per viverla, se riuscissero a tenere botta, avrebbero bisogno di almeno un paio di vite insieme. E lei è sempre lì, in piedi, diritta, determinata, testa alta, sorriso timido, pronta ad affrontare le alterne vicende della vita. Enza era, e lo è tuttora, impegnata anche nella gestione di un ristorantino a Rocca San Felice, insieme a Rocco e a Stanislao. Me ne parla con una passione che si riserva ad una persona che si ama. Me ne fa innamorare senza neanche vederlo. Se ricordo bene, furono Rocco e Stanislao a partire intorno al 2000/2001 con quest’idea per valorizzare questa parte del borgo di Rocca San Felice. Strada facendo si è accodata anche Enza, come cuoca…e che cuoca!, e così ha preso sempre più forma il Ristorante Museo La Ripa. Museo, credo, perché è incastonato, rispettando la natura del luogo, in un vero e proprio borgo medioevale caratterizzato da vicoletti in pietra, case molto basse sempre in pietra. Un borgo fuori dal tempo, andare a Rocca è per me come salire su una macchina del tempo che ti riporta indietro di molti anni. Per non parlare della natura che ti circonda, che ti abbraccia. Incantevole, in qualsiasi stagione. Un paesaggio che all’inizio ti lascia senza fiato e per il quale ci vuole un po’ per abituarcisi, non è immediato passare dalla velocità, dallo stress dei nostri stili di vita alla slowness del borgo. E’ un cambiamento troppo repentino, che ti spiazza, è uno scalare le marce troppo brusco. Ma una volta che ti lasci andare, vieni rapito. Riesci a percepire colori, sfumature, suoni, odori che non credevi esistessero, senti la natura, in un contatto simbiotico, quasi fisico. A me, invece, è come se si riattivassero memorie sopite. Io vengo riportato a quando ero piccolo ed andavo in montagna con mio nonno materno. A quando mi rotolavo nella terra per finire disteso a faccia in su a fissare l’azzurro del cielo, a quando mi arrampicavo sugli alberi, a quando mangiavo la frutta che riuscivo a raccogliere, a quando raccoglievo, inginocchiato, come raccolto in una preghiera, una ad una, le olive da portare al frantoio.
Andare dai ragazzi a Rocca San Felice, per me significa molto di più che andare a mangiare qualcosa di buono da amici. E’ vivere e rivivere qualcosa, di fisico e di psicologico, molto intenso ed intimo.
I ragazzi, poi, sono la ciliegina sulla torta. Partiamo dalla cucina. A proposito di cucina, non posso dimenticare di citare lo chef Rino che mi ha dato dall’inizio l’impressione di un personaggio di un fumetto….un gigante (soprattutto quando è accanto alla piccola Enza), ma buono e schivo.
Dicevo della cucina. Qual è il segreto? Semplice, ma allo stesso tempo difficile e molto faticoso. Trovare e valorizzare prodotti tradizionali. In cucina niente pippe mentali, fronzoli o ricette astruse. Governa la semplicità che fa risaltare ancor di più l’autenticità ed il sapore delle materie prime. Quest’ultime sono sempre di stagione. Garantito. Non vi parlerò delle pietanze che nel tempo ho assaporato. Dovrete scoprirle da soli. Trovo sempre delle succulenti novità. Quando Rocco o Stanislao portano le pietanze al tavolo e le commentano, sono impaziente e curioso come un bimbo che entra al parco giochi. Una menzione specifica merita il Carmasciano (lo assaggerete anche in molte ricette), un pecorino stagionato in vimini nella vicina Mefite. Delizioso, servito con miele e confetture diverse a seconda della stagionatura. Per il vino, vi potete tranquillamente affidarvi a Rocco. La cantina è molto ben fornita, con piacevoli sorprese (qualità/prezzo), ed i ragazzi sono molto competenti.
Il pranzo trascorre lento, intervallato con piacevoli chiacchierate con Rocco soprattutto (Enza è sempre in cucina e Stanislao è molto più schivo). Si parla di tutto, di politica, di tecniche di vinificazione, di stagionature del formaggio, di preparazione dei salumi, di colture quasi scomparse e di Vinicio Capossela (la cui famiglia è originaria di Calitri), altra grande passione in comune.
Basta andarci una volta per innamorarsi di questi luoghi, di questi sapori, di questi ragazzi. Persone semplici, genuine, di cuore. Persone vere. A me sembra di stare a casa, in famiglia. Trovo la pace. E tutto questo è un valore aggiunto che non ha prezzo. Andateci e poi mi racconterete. Potete anche dire che siete miei amici, ed un occhio di riguardo sul conto sarà garantito. Anche se i prezzi sono già equi, onesti per le prelibatezze servite.



