
Pomigliano, Fiat, Referendum: ma di cosa stiamo parlando?
Pomigliano, Fiat, Referendum: ma di cosa stiamo parlando?
I diritti costituzionali in generale, e i diritti fondamentali in particolare (quindi anche il diritto di sciopero) sono indisponibili anche alle parti private. Non si può stracciarli con un accordo tra imprenditori e sindacati!!
La Fiat afferma che questo accordo vuole portare ad una riduzione della conflittualità interna alla fabbrica ma secondo me, si otterrà l’effetto opposto e cioè un incremento della conflittualità…ma questa volta nei tribunali. Infatti, i singoli lavoratori potranno andare davanti a un giudice per far valere i loro diritti.
E questa soluzione, a mio parere, non è cosa buona per nessuno. Perché le relazioni sociali e quelle sindacali dovrebbero essere lasciate alla contrattazione delle parti, e non ai giudici.
Purtroppo se passerà questo accordo, come è avvenuto negli anni scorsi, esso farà scuola. Sarà la barbarie. Vedo un nesso tra l’appoggio spudorato, giustificato in tutte le salse, del Governo e la proposta di qualche giorno fa di Tremonti di “riformare” l’art. 41 della Costituzione, quello sulla finalità sociale dell'impresa. C'è una strategia politica, ideologica in quello che sta avvenendo. Si vuole affermare il principio della centralità dell'impresa. Mentre la nostra Costituzione mette al centro i diritti delle persone.
Sbatterei per qualche giorno i nostri “governanti” ed i nostri “industriali”in catena di montaggio perché vivano la disumanità di quell’organizzazione del lavoro. È quella l'inferno, non la Costituzione, come ha affermato il presidente del consiglio.
È un ricatto, senza mezzi termini. I padroni ed i politicanti dicono che non c'è alternativa. Gli operai non lo possono rifiutare. In fondo penso che non lo rifiuteranno, nonostante la posizione della Fiom. Ti prendono per la gola. In una contingenza economica-lavorativa come quella che stiamo vivendo ed in un terra dove l'unica vera alternativa al lavoro che non c'è è l'affiliazione alla camorra. Il piano b di Marchionne è licenziare tutti, portandosi dietro anche tutto l’indotto. A cifre pari, circa 15.000 persone. Ricordate quel claim…ti piace vincere facile? Ponzi ponzi popopò…
Con questa storia che non c’è alternativa, negli ultimi anni, ci hanno fatto ingoiare di tutto.
Adesso però c’è un referendum da votare, cosa volete di più. Votate pure, tanto non c'è niente da scegliere…..Democrazia del pensiero unico. Non c’è alternativa ripetono tutti. Il problema è che nessuno ci ha lavorato, nessuno ci ha pensato ad un’alternativa, anche quando la crisi dell'auto l'aveva ormai resa impellente. Era chiaro da anni che la campana sarebbe suonata…anche per Somigliano.
Ma cosa prevede questo fantomatico piano a di Marchionne? Prevede che nel giro di 4 anni Fiat e Chrysler producano - e vendano - 6 milioni di auto all'anno: 2,2 Chrysler, 3,8 Fiat, Alfa e Lancia: un raddoppio della produzione. In Italia, 1,4 milioni: più del doppio di oggi. La metà da esportare in Europa: in un mercato che già prima della crisi aveva un eccesso di capacità del 30-35 per cento; che dopo la sbornia degli incentivi alla rottamazione, è già crollato del 15 per cento (ma quello della Fiat del 30); e che si avvia verso un periodo di lunga e intensa deflazione.
Marchionne quello che pretende dagli operai, votandolo pure…questa è la beffa, lo vuole subito. Ma quello che promette alle parti è invece subordinato alla “ripresa” del mercato, cioè alla condizione che in Europa tornino a vendersi circa sedici milioni di auto all'anno. Minchia mica devi essere un’economista o un grande manager per capire che c’è qualcosa che non va, che questo piano a non si farà mai, molto ma molto probabilmente…a meno di una gran botta di culo s’intende.
L'alternativa secondo me c’è, ed è la conversione del sistema produttivo e dei nostri consumi in senso ambientale, a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, in primis armi ed in secundis le auto. Penso alle fonti di energia rinnovabili, all'efficienza energetica, alla mobilità sostenibile, all'agricoltura a chimica e chilometri zero, al riassetto del territorio, all'edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro - e persino le emissioni a un certo punto verranno tassate - mentre le fonti rinnovabili costeranno sempre meno e l'inevitabile perdita di potenza di questa transizione dovrà essere compensata dall'efficienza nell'uso dell'energia. L'industria meccanica può essere facilmente convertita alla produzione di pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da riedificare - densificando l'abitato - dalle fondamenta.
Ma chi finanzierà tutto ciò? Se solo alle fonti rinnovabili fosse stato destinato il miliardo di euro che il governo ha gettato nel pozzo senza fondo delle rottamazioni, ci saremmo probabilmente risparmiati i circa tre miliardi di penali che l'Italia dovrà pagare per aver mancato gli obiettivi di Kyoto. Ma anche senza incentivi, le fonti rinnovabili si sosterranno presto da sole e i flussi finanziari oggi instradati a cementare il suolo, a rendere irrespirabile l'aria delle città, impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni per rendere sempre più sterili i suoli agricoli, a sostenere un'industria delle costruzioni che vive di olimpiadi, G8, ecc. potranno utilmente essere indirizzati in altre direzioni.
Il tessuto sociale di oggi non è fatto di plebi ignoranti, ma è saturo di intelligenza, di competenze, di interessi, di saperi formali e informali, di inventiva che l'attuale sistema economico non sa e non vuole mettere a frutto. Certo, all'inizio si può solo discutere e cominciare a progettare. Gli strumenti operativi, i capitali, l'organizzazione sono in mano di altri. Ma se non si comincia a dire, e a saper dire, che cosa si vuole, e in che modo e con chi si intende procedere, chi promuoverà mai le riconversioni produttive?
Un’ultima cosa. Bisogna essere onesti intellettualmente. A Pomigliano di cose strane ne accadevano (certificati medici nei giorni di sciopero, alti tassi di assenteismo, per non parlare di quando giocava il Napoli o c’erano le elezioni). I sindacati non debbono giustificare, coprire tali comportamenti. E debbono essere chiari, netti nel condannarli. Senza ambiguità, collusioni. Gli operai che si comportano così sono i primi a tradire i propri stessi compagni di lavoro, non c'è tanto da stupirsi poi dei sindacati, dei politici e dei padroni.



