
Penati, pd, questione morale...
Grazie al caso Penati, leggo ed ascolto giornalisti, opinionisti e politici di ogni risma che, fregandosi le mani, discettano per dimostrare che siamo tutti uguali. Con buona pace di tutta la nostra storia. Si tira in ballo la questione morale, Enrico Berlinguer, a sproposito e da che pulpiti. I peggiori sono gli esponenti del centro destra ai quali non par vero, ogni tanto, poter discutere dei problemi giudiziari degli altri. Prima di esporre alcune riflessioni, voglio ribadire alcuni punti:
- l'assoluta fiducia nella magistratura e l'applicazione sostanziale del fondamentale principio di uguaglianza di tutti davanti alla Legge;
- sul tema della legalità, nell'accezione più lata, sono radicale ed intransigente e pretendo il medesimo comportamento dalla classe dirigente del partito in cui milito;
- non sono stato mai tanto "partigiano" da credere di essere antropologicamente diverso dai miei avversari politici. Mio padre mi ha insegnato, da ragazzo, che, purtroppo, non è la tessera che si ha in tasca a fare di qualcuno un uomo migliore o al disopra di ogni sospetto.
La questione morale di cui parlava Berliguer, era intimamente legata alla sua concezione della "diversità" della politica e del partito comunista italiano. Non era una diversità antropologica ma politica e di "progetto politico", logicamente. Enrico pensava, quando toccò il tema di cui sopra, all' attenta applicazione dell'articolo 49 della Costituzione quando è scritto che i partiti devono concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione e smettere di occupare lo Stato e sottolinea come l'uscita del partito comunista dal governo di unità nazionale è dovuta alla mancata rottura da parte dei partiti di governo di queste pratiche di occupazione del potere; si riferiva alla lotta al privilegio che dovevava essere combattuto e distrutto ovunque si annidasse, si riferiva alla professionalità e al merito che andavano premiati....; pensava alla creazione di un modello di sviluppo che superasse il modello capitalistico per dare una risposta alle esigenze umane e sociali della persona (a cominciare dal lavoro).
Nelle riflessioni di Enrico non erano solo presenti l'onestà, la lotta alla corruzione ed alla invadenza partitocratica, ma una idea della politica capace di promuovere una profonda mutazione sociale ed umana e di contribuire a costruire un "nuovo mondo", un "nuovo uomo". Berlinguer affermava che una politica che non si ispirasse ad idealità profondamente vissute si sarebbe ridotta ad uno scettico politicismo. Una politica che doveva essere testimoniata con la forza dell'esempio individuale, come seppe fare la classe dirigente del partito comunista, con la creazione di una forte comunità quale fu il partito e con una azione quotidiana accanto e con le persone per risolvere i problemi e cambiare la società. In quest'ottica di cambiamento sociale che costituisse anche crescita dell'umanità delle persone vi era la sua speciale attenzione ad alcuni temi come il femminismo e ai nuovi movimenti sociali come il pacifismo e l'ambientalismo. Questa sua idea della diversità della politica e dei comunisti italiani fu criticata, sbeffeggiata perché scambiata per moralismo, come già ho detto nel post dell'anniversario della sua morte, ed espressione di un cultura politica incapace di interpretare la modernità. Alla luce di quanto sta avvenendo in Italia in questi anni, quel concetto della diversità, di una politica artefice di una trasformazione sociale che fosse anche crescita umana (con lo sforzo e la forza dell'esempio individuale e della comunità), è quanto mai attuale ed anticipa le sfide che una politica democratica e riformista deve oggi affrontare. Oggi, infatti, il problema della moralità della politica si fonde con quello della ricostruzione di un senso civico (responsabilità, bene comune, diritti e sui doveri). Il problema della moralità della politica è quello della sua autorevolezza, di dare forza e concretezza ai valori della solidarietà, del bene comune e della giustizia sociale. Contano le regole ma contano soprattutto, la forza della coerenza e dell'esempio individuale. Conta moltissimo una qualità dell'esperienza politica che i partiti, a partire dal PD, dovrebbero essere in grado di proporre, una esperienza politica in cui le persone possano vivere relazioni umane significative, scambi e crescita culturale ed essere protagonisti di fatti e battaglie concrete per migliorare la vita delle persone.
La politica non ha messo in atto le misure che avrebbe dovuto prendere, lo stile di Berlinguer è rimasto spesso evocato come elemento di grande nostalgia per una parte del paese e praticato in modo troppo insufficiente da parte di tutti. Credo che la questione morale come la presentava Berlinguer sia una questione prettamente politica, che riguarda lo stile, i comportamenti, il tempo in cui si rimane in carica e le modalità con cui questo potere viene esercitato.
Ritornando al caso Penati, se fossi stato in lui, anche per essere più forte nei confronti dell'opinione pubblica nel voler dimostrare la mia innocenza, mi sarei autosospeso subito dal Partito Democratico. Non sarebbe stata un'ammissione di colpa ma una prova di forza e, in questa fase, un grande contributo. Il giorno in cui fossero cadute le ipotesi di indagine avrei chiesto la riparazione del danno materiale e politico subito.
Il partito deve preoccuparsi di qualsiasi tipo di potere che viene costruito al suo interno o nelle vicinanze, deve isolare chi ha comportamenti o uno stile di vita non consono al nostro modo di concepire la politica e voglia procedere ad una vera selezione dei propri rappresentanti. Per questo insisto sulle primarie per scegliere i rappresentanti e su una durata limitata dei mandati, perché sono i due ingredienti che possono aiutare a fare maggiore selezione e non intervenire a posteriori rispetto alle vicende che ci vengono contestate. Bisogna selezionare chi va in Parlamento e chi ricopre gli incarichi, sulla base di meriti politici, della qualità delle relazioni che si mantengono e anche della trasparenza e di uno stile che non possa essere mai sospettato di nulla: ecco ricordiamo che noi siamo eredi di una tradizione che ha proprio in Enrico Berlinguer il punto di riferimento, da un punto di vista politico prima ancora che morale, più prestigioso e più importante.
Voglio, e non credo di essere un inguaribile idealista, che chi mi rappresenta nei diversi ruoli, nelle diverse funzioni, sia al di sopra di ogni sospetto. Sono un consigliere comunale d'opposizione di un piccolo paese della martoriata provincia casertana e svolgo un lavoro delicato. Per il buon nome che ho ricevuto, per l'esempio umano e politico dei miei genitori, per gli ideali, i valori ed i principi con cui sono stato nutrito sin da ragazzo, non ho permesso e non permetterò che nessuna "lusigna", "opportunità", "scorciatoia" influenzi e determini i miei comportamenti ed il mio operato. Come uomo, politico e professionista. Non ho mai vissuto e non vivo di politica, per me rimane passione, spirito di servizio. Vorrei che fosse così per tutti.



