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Convinto che il mondo può essere trasformato. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

Mozione Intitolazione strade a Giancarlo Siani ed a Michele Campagnuolo

Al Sig. Sindaco di Santa Maria a Vico dott. Alfonso Piscitelli

Al Presidente del Consiglio Comunale avv. Michele Nuzzo

p.c.  Al Segretario generale

Oggetto:Mozione intitolazione di due strade a GiancarloSiani ed a Michele Campagnuolo.

I consiglieri comunali del Partito Democratico Morgillo Agostino, Sgambato Maria Giuseppa e Verlezza Filomena, facendo propria l’istanza dell’Associazione di volontariato Ethos

chiedono

di inserire nel prossimo consiglio comunale utile una mozione per intitolare due strade del territorio comunale a Giancarlo Siani ed a Michele Campagnuolo.

Chiediamo di premiare, nella prossima seduta, il coraggio ed il valore di due cittadini italiani che hanno combattuto, in maniera diversa, contro il crimine.

Il nostro Comune annovera ancora molte strade senza alcuna toponomastica.

Ricordiamo che la sola riqualificazione della zona Precisa, darà la possibilità di intitolare 4 nuove strade. La stessa zona, da tempo, necessita di una revisione toponomastica.

Di seguito, riportiamo una breve biografia di Siani e del nostro concittadino Campagnuolo.

Giancarlo Sianinacque a Napoli il 19 settembre 1959 e morì a Napoli il 23 settembre 1985.

Giornalista italiano, assassinato dalla camorra

Iscrittosi all'università, iniziò a collaborare con alcuni periodici napoletani mostrando particolare interesse per le problematiche dell'emarginazione: proprio all'interno delle fasce sociali più disagiate si annidava, infatti, il principale serbatoio di manovalanza della criminalità organizzata.

Scrisse i suoi primi articoli per il mensile "Il Lavoro nel Sud", testata dell'organizzazione sindacale CISL e poi iniziò la sua collaborazione come corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano Il Mattino di Napoli. Da Torre Annunziata, si occupò principalmente di cronaca nera e quindi di camorra, studiando e analizzando i rapporti e le gerarchie delle famiglie camorristiche che controllavano Torre Annunziata e dintorni. Fu in questo periodo che iniziò anche a collaborare con l'"Osservatorio sulla camorra", periodico diretto dal sociologo Amato Lamberti. Al Mattino faceva riferimento alla redazione distaccata di Castellammare di Stabia. Pur lavorando come corrispondente, il giornalista frequentava stabilmente la redazione del comune stabiese: il suo sogno era strappare il contratto da praticante giornalista professionista per poi poter sostenere l'esame e diventare giornalista professionista.

Lavorando per Il Mattino Siani riuscì ad andare sempre più in profondità nella conoscenza della camorra, dei boss locali e degli intrecci tra politica e camorra, scoprendo una serie di connivenze che si erano stabilmente create all'indomani del terremoto tra esponenti politici oplontini e il boss locale, Valentino Gionta, che, da pescivendolo ambulante, aveva costruito un business partendo dal contrabbando di sigarette, per poi spostarsi al traffico di stupefacenti, controllando l'intero mercato di droga nell'area torrese-stabiese.

Le vigorose denunce del giovane giornalista lo condussero ad essere regolarizzato nella posizione di corrispondente (articolo 12 del contratto di lavoro giornalistico) dal quotidiano nell'arco di un anno. Le sue inchieste scavavano sempre più in profondità, tanto da arrivare a scoprire la moneta con cui i boss mafiosi facevano affari. Siani con un suo articolo accusò il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della "Nuova Famiglia", di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie. Ma le rivelazioni, ottenute da Giancarlo grazie ad un suo amico carabiniere e pubblicate il 10 giugno 1985, indussero la camorra a sbarazzarsi di questo scomodo giornalista.

In quell'articolo Siani ebbe modo di scrivere che l'arresto del boss Valentino Gionta fu reso possibile da una "soffiata" che esponenti del clan Nuvoletta fecero ai carabinieri. Il boss oplontino fu infatti arrestato poco dopo aver lasciato la tenuta del boss Lorenzo Nuvoletta a Marano, comune a Nord di Napoli. Secondo quanto successivamente rivelato dai collaboratori di giustizia, l'arresto di Gionta fu il prezzo che i Nuvoletta pagarono al boss Antonio Bardellino per ottenerne un patto di non belligeranza. La pubblicazione dell'articolo suscitò le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei, facevano la figura degli "infami", ossia di coloro che, contrariamente al codice degli uomini d'onore della mafia, intrattenevano rapporti con le forze di polizia.

Da quel momento i capo-clan Lorenzo ed Angelo Nuvoletta tennero numerosi summit per decidere in che modo eliminare Siani, nonostante la reticenza di Valentino Gionta, incarcerato. A ferragosto del 1985 la camorra decise la sentenza di Siani, che doveva essere ucciso lontano da Torre Annunziata per depistare le indagini. Giancarlo lavorava sempre alacremente alle sue inchieste e stava per pubblicare un libro sui rapporti tra politica e camorra negli appalti per la ricostruzione post-terremoto.

Il giorno della sua morte telefonò al suo ex-direttore dell'Osservatorio sulla Camorra, Amato Lamberti, chiedendogli un incontro per parlargli di cose che "è meglio dire a voce". Non si è però mai saputo di cosa si trattasse e se Giancarlo avesse iniziato a temere per la sua incolumità. Lo stesso Lamberti, nelle diverse escussioni testimoniali cui è stato sottoposto, ha fornito versioni diverse della vicenda che non hanno mai chiarito quell'episodio.

Il 23 settembre 1985, quattro giorni dopo aver compiuto 26 anni, appena giunto sotto casa sua con la propria Mehari, Giancarlo Siani venne ucciso: l'agguato avvenne alle 20.50 circa in via Vincenzo Romaniello, nel quartiere napoletano del Vomero. Siani, trasferito dalla redazione di Castellammare di Stabia a quella centrale de Il Mattino, all'epoca diretto da Pasquale Nonno, proveniva dal quotidiano di via Chiatamone. Per chiarire i motivi che hanno determinato la morte e identificare mandanti ed esecutori materiali furono necessari 12 anni e 3 pentiti.

il Maresciallo dei Carabinieri Michele Campagnuolo, morì il 9 ottobre 1979, cadendo nell’adempimento del dovere a Liscate, nelle vicinanze di Melzo, colpito a morte dal fuoco di un pregiudicato.

Il Maresciallo Ordinario Campagnuolo era nato a Santa Maria a Vico (CE) il 9 maggio 1937.

Arruolatosi nell’Arma nell’anno 1956 è stato promosso Maresciallo Ordinario nel 1975.

Ha prestato servizio al Comando Stazione Carabinieri di Pavia negli anni 1965/1966 periodo durante il quale è stato Comandante interinale di stazione a Siziano, a Lardirago, Cava Manara, Brallo di Pregola, Godiasco e Montalto Pavese, e quindi al Comando stazione Carabinieri di Luino (VA) nell’anno 1967 anno nel quale ha ricoperto l’incarico di Comandante interinale delle stazioni di Laveno Mombello, Porto Valtravaglia.

Dal 1967 al maggio del 1971 ha prestato servizio in sottordine al Comando Stazione Carabinieri di Cernusco sul Naviglio (MI) di cui è stato anche comandante interinale.

Dal mese di maggio 1971 a giugno del 1979 ha ricoperto l’incarico di Comandante del Comando Stazione Carabinieri di Vaprio d’Adda (MI) mentre dal 1° luglio 1979 ha retto il comando della Stazione Carabinieri di Melzo (MI).

La sera del 9 ottobre 1979 durante un servizio di pattugliamento, fermata una macchina sospetta veniva fatto segno a colpi di pistola da parte di un pregiudicato.

Decedeva a causa delle gravi lesioni riportate.

Era un uomo dello Stato, un uomo che faceva il suo dovere, con professionalità e serietà.

Era una delle tante persone, la cui esistenza ogni giorno ci sfiora, pronte a mettere davanti a tutto il senso del dovere, anche a costo della vita.

       

SantaMariaaVicolì07/07/2012

I Consiglieri Comunali

Morgillo Agostino
Maria Giuseppa Sgambato
Filomena Verlezza