
Monicelli, la Binetti, la vita e la morte
Scontro alla Camera sul suicidio di Mario Monicelli. Binetti : "Basta, per piacere, con spot a favore dell'eutanasia partendo da episodi di uomini disperati...." Paola, Paola con le tue incrollabili certezze, la fede che non ammette il dubbio, l’intransigenza, l’integralismo catto-democristiano...a quando la santità?
Secondo me, il maestro Monicelli decidendo di andarsene come ha fatto, ci ha lasciato una domanda (che non sfiora la Binetti). E cioè qual è la "cifra" della vita che la rende degna di essere continuata? Qual è il significato della scelta di affrontare la morte, volontariamente e coscientemente, precedendo il doloroso disfacimento dell'involucro corporale? “
Per come ci siamo ridotti a vivere (sto generalizzando, ovviamente) la morte è la grande assente della vita dei nostri giorni. Ormai appartiene al passato l’immagine del moribondo circondato dai suoi cari, verso cui esala l'ultimo respiro. La concezione "vitalistica" della società attuale rimuove (con ansia e paura) il morire.
La morte non si deve vedere, se ne defve parlare il meno possibile. Tranne quando appare sugli schermi televisivi per fare audience. La morte va allontanata e nascosta nelle stanze di ospedale. Chi sta morendo, fateci caso, viene affidato alla badante.
Ma di chi è la vita? Per il credente la vita è un dono di Dio, sacro. E in nome di questa sacralità accetterà di vivere sino all'ultimo dolore, sofferenza della stessa. Per il filosofo, che vive nell’immanenza, la vita è un miracolo o una sventura, di cui non può che decidere il soggetto.
Sulla soglia della morte ci si può soltanto fermare rispettando la coscienza di chi sta per scegliere, e non fare ciò che è successo alla Camera, una guerra per bande. Alcuni punti fermi si possono, però, intravvedere. Non esistono vite non degne di essere vissute. Ogni corpo e ogni psiche martoriati dalla sorte hanno il diritto di essere seguiti e assistiti.
Ma non esiste neanche Parlamento, chiesa o tribunale che possa decidere sulla persona, al posto della persona, quando valuta della propria vita. Solo io posso decidere cosa è degno per me, e basta. Soltanto la coscienza del singolo individuo può valutare il senso o il non senso di un accanimento terapeutico o il peso di una spirale di trattamenti dolorosi e alla fine inutili. Tenere in vita con la spada della legge è altrettanto crudele che toglierla. Che senso ha parlare (vedi anche Vespa) di un “partito della vita” da contrapporre ad un “partito della morte”. Esiste solo la vita e la morte. E la grandezza o la disperazione del momento della scelta. Poiché scelta e coscienza sono inalienabili, non ha senso pretendere di etichettare le scelte in superiori o sbagliate. Si deve aiutare, sostenere e accompagnare nel cammino che ognuno si sente di fare. Nessuno va lasciato solo, nessuno va lasciato disperato. Vita e morte devono tornare a diventare un evento di tutti noi, della comunità, se non vogliamo che il liberismo finanziario che ha già causato le catastrofi sociali sotto l’occhio di tutti, si saldi ad una sorta di selezione darwiniana liberista, in cui l’iniezione si sostituisce semplicemente al salto nel burrone. A tutti, nelle loro scelte, è giusto stare accanto.



