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Convinto che il mondo può essere trasformato. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

Meritocrazia, tutti ne parlano ma...

Parole, parole, parole....Sarà capitato anche a voi (sempre più spesso negli ultimi mesi) di imbattervi nell' esperto, nel "tecnico" di turno che discetta di meritocrazia o inchieste, servizi di informazione che si occupano di favori, parentele, raccomandazioni e quant'altro di simile esista. Vi confesso che non ce la faccio più, ne ho le ....scatole piene. Perchè in realtà, e la cronaca sta lì a dimostrarcelo, in questa Italietta sempre più provinciale, contano sempre di più certi rapporti familiari, l'appartenenza a cricche, caste, partiti, associazioni. Tutti bravi ad indignarci ad ogni scoop o denuncia, ma pronti, il giorno dopo, a cercare affannosamente il vigile per strappare via il verbale beccato, il funzionario comunale per "far cammminare" (come si dice dalle mie parti) una pratica, il politico per un posto di lavoro al figlio (cascasse il mondo ma la famiglia è sacra), un responsabile di banca che ci faccia avere un pò di lioquidità per i nostri affari, l'amico o l'affarista che ci faccia vincere un appalto.
I predicozzi mi sono ancora più indigesti quando provengono dagli universitari (l'istituzione tra le meno meritocratiche e dinamiche), dai giornalisti, sindacalisti ed imprenditori. Questi ultimi, poi, appartengono a lobby (cos'altro sono le associazioni di categoria), che esistono per difendere interessi particolari. Ora, se non mi sono del tutto rinco, se si difende il proprio interesse, per definizione, merito e concorrenza vanno bene solo per gli altri. 
Sono stufo anche perchè, spesso, l'assenza di meritocrazia viene spesso trattata come problema etico. Ma è il comportmaneto collettivo a determinare l'etica condivisa.
Chi è stato all'estero avrà avuto modo di constatare che contro la carta gettata a terra, contro la raccomandazione, contro la furbata non c'è ideologia o legge che tenga. C'è la riprovazione degli altri. La reputazione che uno perde nel violare il "senso civico".
Se proprio si deve parlare di meritocrazia, quindi, lasciamo da parte l'etica e proviamo a considerarlo un problema "economico", in senso di efficienza economica. Siamo d'accordo se diciamo che ogni sistema economico funziona meglio se la responsabilità, ad ogni livello, è affidata a chi è più in grado di gestirla? E se gli stipendi e le carriere riflettono le capacità di ognuno? E allora...
La meritocrazia promuove l'efficienza creando gli incentivi giusti per chi fa affidamento solo sulle sue capacità e vuole puntare sul merito. Cosa succede invece in Italia? La quasi totalità delle attività economiche nazionali sono sottoposte al controllo di famiglie o enti pubblici, i vertici, le strategie sono decisi da chi appartiene al partito del momento. Vogliamo parlare della pubblica amministrazione? Qui le carriere, gli stipendi sono predeterminati, nella stragrande maggioranza dei casi attraverso la variabile dell'anzianità di servizio. Se fossimo dipendenti pubblici, al di là della nostra bravura, potremmo conoscere, con un buon grado di apporssimazione, quale sarà il nostro stipendio fra 15, 20 anni. Logicamente in assenza di spintarelle. Per molti questa prosettiva potrà esssere tranquillizzante, ma per i più meritevoli, secondo me, sarà frustrante, demotivante.
Questa categorià così astratta, cioè il merito, potrebbe servire anche ad eliminare le rendite di posizione. Infatti, se chi sta sopra deve dimostrare a chi sta sotto di meritarselo, dovrà dare sempre il meglio di sè. Oppure sarà costretto a cedere il posto. La pressione dal basso, in qualsiasi organizzazione, è fondamentale per l'efficienza della stessa. E non bisogna essere dei tecnici per capire questi concetti.
Pensiamo anche al mondo del lavoro, in nome della difesa dei diritti dei lavoratori, si è creato un mercaso del lavoro rigido, pieno di regole con il risultato di ingabbiare carriere, stipendi dentro percorsi prestabiliti, uniformi. Pensando di tutelari i lavoratori, si è prodotto un appiattimento di trattamenti che inevitabilmente lascia poco spazio al merito personale. Regole ed anzianità proteggono dalla concorrenza di chi sta sotto e di chi sta fuori dal mondo del lavoro.
Un sistema economico, per essere efficiente, dovrebbe avere regole chiare, fiducia in chi controlla, tanti attori con le stesse probabilità di vincere, nessun handicap al via, niente illeciti. Alla fine i migliori vinceranno ed ognuno guadegnerà in proporzione. In un contesto delo genere, lo Stato dovrà solo scivere regole chiare, farle rispettare, garantire le stesse opportunità in partenza e assicurare chi è sfortunato (perdita del lavoro, incidenti, ecc.). Ma se un sistema del genere è così vantaggioso perchè non esiste? O lo vorremmo solo per gl altri? Primo, perchè questo sistema presuppone la fiducia negli aribitri e nell'applicazione delle regole. Secondo, vorremmo merito e concorrenza ma non vogliamo accettarne le conseguenze. per vincere bisogna rischiare. Rischiare di perdere. Ma a furia di cercare protezione, sicurezza, stabilità abbiamo perso il gusto del rischio. Le genrazioni dei nostri genitori hanno conquistato il benessere grazie al posto fisso, posto che è diventato una chiemra per le nuove generazioni. Una chimera, per la quale siamo disposti a sacrificare merito e concorrenza. Abbiamo voglia di vincere, ma abbiamo più paura di perdere. Quindi ci accontentiamo di pareggiare. Alla parità di opportunità preferiamo la parità dei risultati.
All'estero, però, gli italiani sanno competere, rischiare, rispettare le regole. Multinazionionali, banche e università straniere sono piene di italiani di grande valore. Mistero...