
L'arresto del sindaco di Pignataro Maggiore (CE)
Il sindaco di Pignataro Maggiore (CE), Giorgio Magliocca, è stato arrestato su ordine della direzione distrettuale di Napoli per concorso esterno in associazione camorristica.
Appena ho letto la notizia il mio pensiero è andato ad Enzo Palmesano. In provincia di Caserta, è molto difficile e pericoloso scrivere degli affari e dei delitti delle potenti e sanguinarie cosche camorristico-mafiose che tengono in pugno il territorio e controllano l’economia e la politica; i giornalisti sono graditi solo se sono intonati con il coro secondo il quale “la camorra non esiste”. Ed Enzo lo sa, la sua famiglia lo sa.
Pignataro Maggiore è noto come la Svizzera dei clan, luogo di riciclaggio del denaro sporco e del ricovero di latitanti di rango; base per delitti eccellenti e per il traffico internazionale di armi e droga; ma i beni più preziosi per le cosche sono la coltre di falso perbenismo, l’ipocrisia, la radicata omertà.
La Svizzera dei clan perché in questo paesino di poco più di 6000 abitanti hanno latitato Luciano Liggio e Totò Riina, accolti nelle masserie dei boss campani affiliati a Cosa Nostra. Forse per questi motivi, dicevano che a Pignataro Maggiore “la camorra non esiste”, nel senso che il capoclan Vincenzo Lubrano (deceduto nel 2007) era un importante mafioso, condannato con sentenza definitiva all’ergastolo per l’omicidio del fratello del giudice Ferdinando Imposimato, Franco, sindacalista e dipendente della ''Face Standard'' di Maddaloni,assassinato per fare un macabro favore a Cosa Nostra, su richiesta del cassiere della mafia a Roma, Pippo Calò. Consuocero di Vincenzo Lubrano era il defunto boss di Marano, Lorenzo Nuvoletta, anch’egli affiliato a Cosa Nostra. La figlia di don Lorenzo, Rosa Nuvoletta, è la vedova di Lello Lubrano (figlio di don Vincenzo), ucciso in un regolamento di conti di stampo camorristico-mafioso, il 14 novembre 2002 a Pignataro Maggiore, dopo un plateale inseguimento lungo le strade della città. Lello Lubrano era anch’egli un influente boss mafioso, destinato alla successione sul trono di don Vincenzo; sono noti i suoi viaggi a Palermo per incontrare Totò Riina.
È comunque inesatto dire che a Pignataro Maggiore la camorra non c’è, essendo rappresentata da Raffaele Ligato condannato all’ergastolo quale autore materiale dell’omicidio di Franco Imposimato. Raffaele Ligato è il cognato di Vincenzo Lubrano, avendone sposato la sorella Maria Giuseppa.
La “cultura” criminale dei capibastone pignataresi è mafiosa, quindi perfettamente inserita in una strategia che non esclude il delitto politico, l’annientamento di magistrati (o di loro familiari), poliziotti, carabinieri, giornalisti che danno fastidio. Nella storia dei clan locali si è sempre fatto alla maniera dei “corleonesi”, il pericolo è una costante per chi osa fare del giornalismo d’inchiesta o per un corrispondente che osasse sfuggire alla regola non scritta, ma ferramente osservata, che impone di non dare problemi ai boss mafiosi e agli amici degli amici. Per questo i boss ottengono tutto senza neanche il bisogno di minacciare, tale è la capacità intimidatoria. E dal silenzio alla complicità il passo è breve.
Una pagina poco conosciuta delle vicende del clan Lubrano è quella relativa all’infame assassinio del giornalista “abusivo” del “Mattino”, Giancarlo Siani, colpito innocente e inerme dai killer il 23 settembre 1985. Nel summit dove fu deciso di uccidere il giornalista ebbe un ruolo di primo piano (con Lorenzo ed Angelo Nuvoletta, condannato all’ergastolo) il fratello di Vincenzo Lubrano, Gaetano, morto per malattia. Gaetano Lubrano aveva sposato Giuseppina Orlando, cugina dei fratelli Angelo, Ciro e Lorenzo Nuvoletta ed era l’ascoltatissimo consigliere della famiglia mafiosa di Marano, rappresentante di Cosa Nostra in Campania.
In uno scenario del genere, a lungo sottovalutato finanche dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, a nessuno sfugge che un giornalista può trovare la canna di una pistola ma anche tanto materiale per inchieste di notevole rilevanza. La mafia e la camorra temono l’azione repressiva dello Stato, come è ovvio, ma non meno un giornalismo coraggioso, che con i suoi strumenti di indagine e di approfondimento accende i riflettori dell’opinione pubblica, richiama le autorità a un maggiore impegno, smaschera non solo i boss ma anche le complicità nel mondo della politica e dell’imprenditoria.
Nasce proprio da inchieste giornalistiche, ad esempio, l’indagine che portò, il 30 novembre del 2000, allo scioglimento del Consiglio comunale di Pignataro Maggiore per “collegamenti diretti e indiretti” di esponenti politici con la criminalità organizzata; una decisione contestata, in maniera sintomatica, a tutte le latitudini politiche: un complotto, roba da “professionisti dell’antimafia”, così si rovina l’immagine della città. Non ancora è diventata patrimonio comune la consapevolezza che l’immagine (e non solo l’immagine) di una città viene rovinata dalle cosche camorristico-mafiose e non da chi, come i giornalisti, ne denuncia gli affari, i delitti, le connivenze e le coperture politiche.
Dopo queste digressioni che servivano a tracciare il contesto in cui ci si muove, torniamo a Magliocca. Nonostante l’età (36 anni, se non mi sbaglio) è stato eletto nel 2000 alla carica di consigliere provinciale, in quota AN (ha ricoperto l’incarico di presidente della Commissione Attività Produttive), nel 2002 viene eletto sindaco, nel 2005 è stato riconfermato consigliere provinciale del collegio Pignataro – Grazzanise (ha ricoperto la carica di capogruppo di Alleanza Nazionale al Consiglio Provinciale di Caserta), nel Luglio del 2005 è stato nominato consulente giuridico-politico del Ministro delle Comunicazione, Mario Landolfi (incarico ricoperto fino al 2006), nel 2006 è stato rieletto sindaco con sette voti di scarto sulla lista guidata da Raimondo Cuccaro, dallo scorso agosto è stato assunto a tempo determinato nello staff del sindaco di Roma Gianni Alemanno, (87 mila euro annui, il sindaco ha provveduto alla sua sospensione, l’antimafia del giorno dopo).
Una carriera brillante, facile, veloce, in ascesa, ma ora interrotta (o dovrei dire per ora, visto che in Itali alcuni “incidenti” soprattutto giudiziari sembrano fare curriculum). All’inizio dicevo che l’accusa è concorso esterno in associazione mafiosa. Pur non essendo organicamente inserito nel clan camorristico Ligato-Lubrano, egemone in quel territorio, il sindaco avrebbe attivamente contribuito a rafforzarne i vertici e le attività, dal quale avrebbe ricevuto costanti appoggi elettorali. Un rapporto con il clan non occasionale, ma duraturo nel tempo, una reciprocità fatta di favori in cambio di voti.
Stando alle indagini della Dda, Magliocca assicurava l'aggiudicazione degli appalti pubblici del Comune e consentiva che i camorristi continuassero a gestire e a godere dei redditi derivanti dai beni. Inoltre, secondo la Procura, assicurava l'erogazione di finanziamenti pubblici.
“ E’da anni asservito ai desiderata del clan camorristico di Pignataro, sodalizio criminale agguerritissimo, resosi protagonista di delitti efferati, la cui pericolosità resiste agli interventi giudiziari e grazie al quale il Magliocca ha potuto vincere ripetute competizioni elettorali”. E’ il gip che lo scrive. In cambio di voti, Magliocca provvedeva a chiudere gli occhi sulla gestione dei beni confiscati (il riferimento è a una villa bunker sequestrata e successivamente vandalizzata, “consentendo – scrive la Procura di Napoli - che gli stessi camorristi ed i propri nuclei familiari continuassero a gestire e godere de facto dei redditi relativi a detti beni”).
Nelle carte del provvedimento, spuntano anche le accuse per l'ex assessore PD di Caserta Arturo Gigliofiorito, presidente dell’associazione Montotondo e Gaetano Manna, Presidente dell'Acli Terra Campania per la Legalità, indagati nello stesso procedimento. Secondo l’accusa l’ex assessore in concorso con Magliocca, omettevano di compiere un atto dovuto in ragione del loro ufficio e precisamente l’immissione nel possesso dei beni, consentendo che la famiglia Lubrano continuasse a gestire ed a percepire i redditi relativi a tali immobili. Con l’aggravante della commissione del fatto al fine di agevolare il clan dei casalesi operante in Pignataro Maggiore e Comuni limitrofi ed in particolare il gruppo riconducibile alla famiglia Lubrano. Sono queste le accuse mosse a Gigliofiorito, presidente dell’associazione. Quando saltò il progetto dal ‘Pioppo’, si fece avanti l’associazione Onlus Mondotondo che presentava un piano di massima per la realizzazione di una ‘Fattoria didattica’ inserita nell’ambito di una struttura di accoglienza, con spazi interni ed esterni per giovani affetti da deficit psiconeurologici. Il trasferimento non aveva materialmente luogo, poiché il sindaco Magliocca vi si opponeva, adducendo che i cespiti erano ancora materialmente in possesso della famiglia Ligato. Le resistenze proseguivano, tanto che, in risposta ad un successivo sollecito, si procedeva al trasferimento di uno solo degli immobili confiscati. L’associazione Mondotondo veniva quindi immessa nel possesso del cespite di via Vittorio Veneto, ovvero di uno stabile di civile abitazione, privo di fondi annessi e perciò stesso assolutamente inadeguato alla realizzazione della ‘Fattoria biologica’.
E pur si muove....



