
La Politica, l'indignazione, l'agire collettivo
La politica, e chi mi conosce ne è testimone, per me è una passione viscerale, smisurata, tenace. Ho iniziato presto a frequentare una sezione di partito perché ero incuriosito dal comprendere cosa portasse via mio padre per così tanto tempo da casa. Mi ha subito rapito e da allora ho iniziato a cercare una mia strada.
Non vivo, però, la politica come un dovere essere. Tutt’altro. Mi riesce difficile essere uomo della regola politica, sociale, ecc.. Troppe cose della vita mi affascinano, mi prendono. Debbo poter pensare ed agire. Mi pongo, poi, tante domande, pratico quotidianamente il dubbio, attitudine questa che non considero debolezza, indecisione. Anzi la considero un’attitudine costruttiva. Non credo alla politica come una tecnica, come poteri separati. Così come non credo nella forza risolutrice della decisione. Se non posso porre domande anche su ciò che consideriamo garanzia per tutti e per ognuno, cioè sulle regole democratiche, anche queste finisco per sentirle estranee. Il concetto di politica che avevo maturato in questi anni è semplicemente questo: io insieme agli altri, insieme per influire, anche per una virgola, sulle questioni umane, sociali. Non riuscivo a vedermi al di fuori di un contesto del genere. Ho praticato il dubbio ogni volta che l’agire collettivo ed il sentimento di appartenenza contrastavano con il mio sforzo di essere libero. Oggi avverto un bisogno di agire in prima persona, che spesso non trova modi efficaci per esprimersi. Per come si é trasformata la politica in Italia, spesso non riesce a comunicare con questa esigenza. Si avverte distanza, problemi di rappresentanza. E questa lontananza dalla vita di milioni di italiani, e soprattutto dei giovani, è un problema generale dei partiti, delle organizzazioni sindacali, con i loro linguaggi, i loro comportamenti. Nonostante tutto penso che la politica sia un tema, un “problema” di tutti noi. Ognuno di noi dovrebbe porsi una semplice domanda: cosa faccio io? Questo, per me, è indignarsi. Anche se considero l’indignazione una reazione necessaria ma non sufficiente. Non basta indignarsi, poi, bisogna realizzare, costruire una relazione condivisa ed attiva da chiamare come vuole ognuno di noi (per es. partito, movimento, ecc.). Nella mia esperienza indignazione e militanza politica si sono così congiunte che sono finite per fondersi. Spero, mi auguro che ognuno di noi abbia un motivo per indignarsi. Ritengo che quando qualcosa ci indigna, diventiamo impegnati, militanti. Per me è fondamentale questo richiamo alla responsabilità individuale dell’uomo, uomo che non può affidarsi né a un dio, né a un potere, ma uomo che deve impegnarsi nel nome della propria responsabilità di essere umano. Dobbiamo agire in prima persona. Anche se ho capito, negli anni, che se questa consapevolezza è irrinunciabile, la responsabilità individuale non basta. Non basta l’indignazione, è una reazione che oso definire perfino elementare. Bisogna costruire un qualcosa di plurale, collettivo, con tutti gli annessi e connessi.
Nei mesi scorsi il Paese è stato scosso da importanti movimenti con protagonisti giovani, studenti, ricercatori. Esperienze importanti ma che, ho notato, non riescono a consolidare, stabilizzare. Si esauriscono nell’aspetto della manifestazione della protesta. Noto il rischio di una fluttuazione nei movimenti, di una frantumazione delle loro, sacrosante, rivendicazioni. Di questi tempi, le lotte, anche parziali, sono importanti. Così come non mi illudo più sull’efficacia di progetti globali, definiti e compiuti. La storia recente ce lo dimostra. La politica è un’attività umana complessa. Uno dei miei crucci principali è trovare le forme, le modalità attraverso cui coloro che compongono le nostre complesse società possano avere voce nelle decisioni. Oggi più che mai, la grande sfida è come tenere insieme la vitalità di un soggetto plurale e pluralistico con la ricchezza dell’uomo. Questo aspetto, secondo me, è stato un grande limite del movimento comunista. Abbiamo lottato per i diritti di libertà nei posti di lavoro, della vita sociale, ma non nell’organizzazione e nella pratica del soggetto politico (p. es. ricordate il centralismo democratico?), soggetto in cui, alla fine, nel bene e nel male, prevaleva sempre l’esigenza della compattezza, della tenuta del tutto. D’altronde sono anche persuaso che non si può ripristinare un modello esaurito. Da tempo osserviamo e viviamo il declino della forma partito e quindi paghiamo una lesione della democrazia rappresentativa. La voglia di liberarsi dai partiti è molto diffusa ed è divenuta un elemento della stessa azione politica. Contingenza che sfigura, alla fine, il rapporto tra le masse e la politica, rapporto che si realizzo nel secolo scorso. Più si diffondeva l’agire politico, più gli elettori divenivano attori. L’iscritto non si limitava all’adesione, ma si organizzava intorno a un progetto, piccolo o grande che fosse, ed ai modi di realizzarlo. Penso che ciò abbia sorretto e motivato la funzione dei partiti, dei sindacati, dei movimenti. Oggi tutto questo è dimenticato. Il declino di queste forme dell’agire politico è evidente. Apatia ed individualismo sono oggi fenomeni estesi. Si assiste anche ad una revisione di un diverso intreccio tra la partecipazione politica ed altri momenti della vita di ognuno di noi. Quali sono le conseguenze di tutto questo? Secondo me tutto questo ha provocato la restrizione della capacità di dialogo e di ascolto, ha agito sul confronto tra culture, sulla possibilità di influenza reciproca, sulla trasparenza tra governati e governanti, sulla formazione, quindi, dello spirito pubblico. Altro prezzo importante che paghiamo è il morso dei poteri economici e finanziari che intervengono aggressivamente nella sfera politica e nel governo del Paese, incidendo pesantemente sulla mercificazione delle vite. Risorse, tecniche, saperi che influiscono radicalmente sulle nostre esistenze. Io avverto, ogni giorno, come questo stato di cose vincoli sempre di più la nostra vita. Se rimaniamo nell’ambito del recinto del sistema politico, non cogliamo la portata della crisi, non possiamo capire le sue cause. Una serie di fattori come il problema della rappresentanza dei partiti, la personalizzazione e privatizzazione della politica, hanno indebolito le istituzioni. La corruzione, l’inefficienza dell’azione amministrativa, gli interessi privati perseguiti entro l’ambito pubblico, sono gli effetti più vistosi di questo cambiamento. A fronte di tutto questo vedo prevalere una critica morale alla c.d. degenerazione dei partiti, alla corruzione, all’affarismo. Ne condivo le ragioni, anche la durezza. Ma la sola indignazione non dà conto delle modificazioni sostanziali. Anzi, la mera denuncia in qualche modo le occulta. La rappresentanza politica è cambiata in rapporto alla trasformazione dei luoghi del nostro vivere comune.
Sento molto il problema della rappresentanza. Rappresentanza concepita come relazione tra soggetti. Rappresentanza che mi pone sempre il problema di questa relazione, cioè come costruirla, con quali regole. Se l’agire politico deperisce, la rappresentanza diventa una mera questione di numeri, di legittimazione o delegittimazione. Si riduce a consenso o peggio negoziato. Oggi come oggi, vista la complessità del rapporto sociale, molto meno immediato di un tempo, sentiamo spesso parlare di numeri in politica e spesso si comprime, con la freddezza dell’aritmetica, la ricchezza delle conoscenze, ricchezza che ci attraversa, che ci dà e ci toglie, che ci arricchisce e ci spezza. Ritroviamo i segni di quanto detto nelle lotte sociali dei nostri tempi. Proteste contraddistinte dalla mancanza di un collante politico comune e, a volte, perfino con aspetti disconoscimento al riguardo. Questo è un altro aspetto, secondo me, della crisi della politica. Esiste un deficit di rappresentanza politica. La politica può rinascere se esprime le esigenze di un vissuto personale socialmente determinato. C’è speranza? Mah, considero la speranza, come l’indignazione, e cioè un sentimento. Mentre proporsi di conseguire un risultato, con efficacia, significa suscitare ed orientare forse, verificare i modi e le forme attraverso le quali l’incontro ed anche lo scontro procedono. Questo per me è la politica. Temo il rischio che i sentimenti dell’indignazione e della speranza restino, come tali, inefficaci se non accompagnati da una lettura del mondo e di un’adeguata pratica politica che dia loro corpo. Ritengo illusorio che l’indignazione possa supplire alla politica.
Queste riflessioni sono scaturite da un confronto con una persona cui voglio bene e che stimo, Mari.



