
La nostra vespa!!
Rovistando tra le mie cose, ho ritrovato questa foto che mi ha catapultato ad esattamente 20 anni fa. Si può intuire, dallo scheletro rimasto, una vespa 50. Non era una vespa qualsiasi. Era la nostra vespa. Un vespino 50 del 1989. In realtà era la vespa di Emiliano, il primo a comprare un mezzo di locomozione. A quei tempi era l’unico che già lavorava, noialtri eravamo tutti studenti. Aveva iniziato a 14 anni nella grande distribuzione (banco salumi e formaggi), settore dove è rimasto e dove è diventato un grande esperto. Emiliano ha una velocità ed una precisione di esecuzione degne di un chirurgo, ti sa pesare qualsiasi alimento con la mano, non ha bisogno della bilancia. Ho detto nostra perché avevamo un forte senso di solidarietà, di gruppo, eravamo più che amici, eravamo come fratelli. La cosa bella (e non scontata) è che lo siamo ancora oggi, dopo 20 anni e dopo che ognuno di noi ha attraversato le traversie e le avversità più diverse. Quindi, dicevo, la vespa era diventata la vespa del gruppo, era un po’ di tutti noi. Era di Michele, di Amedeo, di Michele, di Lello, di Gino, di Angelo ed anche la mia. Emiliano la prestava a tutti noi ogni volta ne avessimo bisogno (servizietti, posteggia). I primi quattro, poi, appena hanno potuto hanno comprato ‘o mezz’. Mio padre non ha mai voluto accontentarmi, nonostante non dessi grattacapi particolari (data l’età) ed andassi bene a scuola. Mi ha sempre detto “questa responsabilità non la prenderò mai…quando sarai grande farai come vuoi!” ed io…minacciandolo (scioccamente)..”tanto se devo farmi male, succederà lo stesso perché andrò in vespa con i miei amici…”. Niente da fare, irremovibile. Il trauma per l’incidente (moto) subito da adolescente e che gli procurò una ferita di 10 punti al mento (motivo per il quale si fece crescere il pizzetto che non ha più tolto) lo aveva segnato in maniera profonda (ed irrazionale logicamente).
Quando è stata scattata la foto, la vespa era ancora in circolazione nonostante le frecce, il faro…nonostante tutto (..il codice della strada..cos’era questo sconosciuto?). Se potesse raccontare (ora è nel garage di Emiliano…a mò di pezzo di antiquariato) le avventure attraverso le quali ci ha condotto, ne uscirebbe fuori sicuramente un romanzo. Un romanzo sulla vita di un gruppo di squattrinati adolescenti (intellettivamente molto vivaci) di paese che avevano sogni grandi, enormi. Ragazzi a cui il paesello andava stretto, troppo stretto, ragazzi “contro”, contro gli usi, i costumi e la mentalità, molto chiusa, bigotta, ipocrita, del posto dove vivevano, ragazzi che volevano conoscere il mondo, ragazzi che scalciavano imbizzarriti, ragazzi che sbagliavano quando mancava l’aria, quando i sogni andavano ad infrangersi sui muri della piazza dove, ogni sera, si davano appuntamento, quando la frustrazione ti oscurava l’orizzonte, ti inghiottiva. Che viaggi con questa vespa. Non ci spaventava niente. Si viaggiava sempre, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche, dalle condizioni psicofisiche, a due, a tre a volte anche a quattro, sfidando qualsiasi legge della fisica (e la sorte). Si macinavano chilometri, come in una fuga senza meta. Incoscienti, molto. Tutto come se fossimo immortali. D’altra parte è abbastanza tipico degli adolescenti sentirsi un po’ i padroni del mondo, invincibili, no? Quante cadute, quanti incidenti, quanti posti di blocco ( non vi dico che fantasia nell’inventarsi le cose più assurde per evitare un verbali). La colletta per racimolare qualche migliaio di lire per la miscela…e via…a scoprire un luogo, un qualcosa, un qualcuno di nuovo, di diverso. E quando capitava di conoscere qualcuno/a, la vespa si trasformava in rubrica. Infatti, usavamo incidere indirizzi, numeri di telefono sulla carrozzeria. Mentre scrivo mi torna in mente uno dei tanti episodi accaduti (anche questa volta ci è andata bene). Eravamo in tre…io ero l’ultimo…praticamente ero seduto sullo stop. Tornavamo da una festa di carnevale, ubriachi. Non ce la facevo più a mantenermi in quella posizione, urlavo a squarciagola perché Emiliano si fermasse per permettermi di “aggiustarmi” un po’. Dopo tanti tira e molla, ci fermiamo. Piccolo particolare…nessuno dei tre punta i piedi a terra…risultato, lentamente, la vespa si accascia sul lato destro e noi tre, in sella, con lei fino a ritrovarci nella recinzione di una casa. Il freddo e l’alcol erano tali da non farci sentire il dolore della botta. In silenzio, ci guardiamo e scoppiamo a ridere come dei perfetti idioti e così restiamo sul ciglio della strada per almeno un quarto d’ora. Con il senno di poi, ci è andata sempre bene, ricordiamo, fortunatamente, solo qualche graffio e qualche livido, le ammaccature della carrozzeria rispecchiano le nostre ammaccature, e non solo quelle fisiche.
Mitica compagna di tante avventure....




