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Convinto che il mondo può essere trasformato. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.

La felicità, il giudizio degli altri e Schopenhauer

In questi giorni, tra una pausa pranzo e l'altra, in ufficio abbiamo parlato più volte di felicità, del giudizio altrui, delle maschere indossate quando ci ritroviamo in quello che viene definito il consorzio umano.
Ho trovato un addentellato, a tal proposito, con Schopenhauer.
Non so se ricordate la declinazione (triplice) dell'idea di felicità proposta dal nostro. In realtà S. ha ripreso la suddivisione dei beni della vita enunciata da Aristotele.
S. individua tre categorie (in filosofia così si dice) capaci di esemplificare il senso di una vita felice:
-        ciò che uno è (cioè la personalità);
-        ciò che uno ha (proprietà e possessi);
-        ciò che uno rappresenta (il modo in cui uno viene rappresentato dagli altri).
In filosofia la scienza che si occupa di studiare la felicità si chiama eudemonologia e può essere intesa come il tentativo di ordinare la fisica della vita quotidiana (incertezze, scelte sbagliate, ripensamenti, la precarietà di vita) attraverso la metafisica delle cose ultime. Il problema è che quella di S. è una metafisica che sembra soffocare, in culla, ogni forma di ottimismo oserei dire esistenziale, e dunque, la sua teoria eudemonologia non può che fondarsi su di un compromesso. S. per "pensare" quello di cui fra poco ragioneremo, si è dovuto discostare dal suo pensiero etico-metafisico. Infatti, S., se ricordate, ha sempre sostenuto che c'è solo un errore innato e cioè quello di credere che esistiamo per essere felici. Errore innato in noi perché coincide con la nostra esistenza e tutto il nostro essere non è altro che la sua "parafrasi". Dice il filosofo: "se altro non siamo che volontà di vivere, la successiva soddisfazione di ogni nostro volere è poi ciò che si pensa col concetto di felicità. Finchè persistiamo in questo errore innato, venendo addirittura rafforzati da dogmi ottimistici, il mondo ci appare pieno di contraddizioni".
Comunque ritornando al tema iniziale (tenendo sempre presente l'etica fisica e metafisica di cui si è occupato S.), spesso il desiderio di ricevere l'apprezzamento degli altri rappresenta una vera e propria ossessione, che ci fa trascurare la nostra essenza più intima e che rende la solitudine soffocante. S. ci parla dell?invidia, dell'onore, della vanità, tutti figli del giudizio altrui, e ce ne parla non negando in assoluto il valore che l'opinione degli altri può esercitare sulla nostra vita. I suoi pensieri rappresentano la ricerca di un ridimensionamento  a prescindere dal quale l'esistenza ci diventa insopportabile, consegnata com'è alla competitività, agonismo, nel tentativo esasperato di essere primi e vedere così la nostra immagine più "bella" negli occhi ammirati degli altri. Le fatiche, le preoccupazioni, i dispiaceri, ecc. di tutti noi riguardano, nella maggior parete dei casi, ciò che gli altri possono pensare di noi. Ed anche l'invidia e l'odio nascono, per buona parte, da questa radice. E' evidente, quindi, che ben poche cose potrebbero contribuire alla nostra felicità, che per la maggior parte dipende dalla nostra serenità dello spirito e dal sentirsi appagati, quanto il contenere, il moderare quello stimolo, riducendolo a una misura giustificabile di quella attuale. Non viviamo soli in un'isola ddeserta. Viviamo insieme agli altri e l'onore di cui parla S. corrisponde niente altro che alla rispettabilità, alla fiducia che gli altri devono avere nei nostri confronti. In questo senso, penso, sia una caratteristica positiva da ricercare e conservare, quantomeno per sopravvivere nel consorzio umano. Per il resto il valore che attribuiamo all?opinione altrui è come un cancro che tormenta e devasta le nostre vite. Dobbiamo renderci conto,  e questo contribuirà alla nostra felicità, che ognuno vive, prima di tutto e realmente, dentro la propria pelle, e non già nell'opinione altrui e perciò la nostra reale e personale situazione (salute, carattere, famiglia, amici, ecc.) è molto più importante, rispetto alla nostra felicità, di ciò che gli altri si degnano di pensare di noi. Usciamo dalla testa degli altri e ritroviamo noi stessi.
S. affermava che a causa di una debolezza particolare della nostra natura, si attribuisce, spesso, troppa importanza a ciò che siamo nell'opinione degli altri. A ben riflettere, ci dice S., tutto ciò dovrebbe essere poco rilevante ai fini della nostra felicità. Perché allora ogni volta che qualcuno avverte negli altri qualche segno di opinione favorevole, si rallgrega? La sua vanità ne risulta lusingata? Perché ci si offende e ci si affligge per ogni manifestazione di disistima, declassamento, mancanza di riguardo? Per la felicità di una persona queste influenze sono dannose, per niente positive. Perciò il filosofo cinsiglia di moderare la nostra sensibilità all'opinione altrui. Nel bene e nel male. Al contrario, contribuirà enormentente alla nbostra felicità una giusta valutazione dell?importanza che ha ciò che si è in se stessi e per se stessi in confronto con ciò che è solo agli occhi degli altri. Ciò che si è in noi stessi è rappresentato dall'uso del tempo della nostra esistenza, e dai contenuti di quell?esistenza. Quindi, da tutti i benbi di cui si è detto prima (ciò che uno è e ciò che uno ha); e infatti, la sfera d?azione di tutto ciò coincide con la nostra coscienza. Al contrario, la sede di ciò che siamo per gli altri è la coscienza altrui e ciò che siamo per glia ltri è la nostra rappresentazione all?interno di essa (con i criteri di giiidizio ad essa applicati). Quindi parliamo di qualcosa che non ci si presenta direttamente, ma solo indirettamente, in quanto determina il comportamento degli altri nei nostri confronti ed anche quest'ultimo ci interessa solo in quanto influisce su qualcosa che possa modificare ciò che siamo in noi e per noi. Seconbdo il filosofo non sta messo bene colui cjhe  ricerca la sua felicità nella terza categoria (ciò che uno rappresenta) e non in ciò che egli è veramente. Alla base della nostro essere, e quindi della nostra felicità, c'è la nostra natura animale, quindi, per il nostro benessere, la cosa più importante è la salute, poi vengono i mezzi necessari per il nostro sostentamento. Ilò resto (fama, successo, onore, ecc.) non può competere con i beni essenziali di cui sopras (in caso di estrema necessità, anzi, vi si rinuncerebbe per averne in cambio). Chi pensa il contrario è un essere infelice. Se si vede come quasi tutto ciò a cui gli uo,mini tendono per tutta la vita, faticosamente, continuamente, con sforzi enoirmi, ha per fine ultimo quello di "risalire" nell'opinione altrui, non resta che un?amra considerazione sulla stupidità umana. Dare troppa importanza all'opinione altrui è un errore molto diffuso,  esercita su ttutti i nostri comportamenti un?influenza molto importante, esagerata. Influenza, nemica della nostra felicità. Questo erroe, inoltre, offre uno strumento a color che debbono dominare gli altri uomini o gestirli. Se accade che gli uomini attribuiscono grande valore all?opinione degli altri, se si si sforzano per quella più che per ciò che appartiene loro immediatamente (perché si svolge nella loro coscienza), se vedono in quell?opinione il momento £relae£ del loro essere (considerando quanto si svolge nella loro coscienza come un momento ideale), se, quindi, gli sta a cuore più di ciò che essi sono, la loro immagine nella testa degli altri, tutto questo, allora, non può che definirsi vanità, proprio per sottolineare la vacuità di un tale comportamento. Da notare la vicinanza dellattewggiamento appena descritto con l'avarizia (confusione tra fine e emzzi).
Il valore che diamo all'opinione altrui e la costante preoccupoazione verso di essa, superano quasi tutte le motivazioni ragionevoli tanto da poter considerare quel pensiero una specie di fissazione largamente diffusa o congenita. In tutto ciò che facciamo, l'opinione degli altri viene presa in cosbniderazxione prima, quasi, di ogni altra cosa. Se ci guardiamo dentro noteremo che buona parte delle ansie, delle preoccupazioni che ci hanno accompagnato nel noastro percorso di vita nascevano da quella preoccupazione. Essa è alla base del nostro orgoglio, così spesso offeso perché così salatamente suscettibile, della nostra vanità e delle nostre ambizioni.
Risolvere questo problema è difficilissimo, perché ci ritroviamo di fronte ad un'aberrazione naturale ed innata. S. ritiene che ci sia un solo modo per liberarci di questa follia: riconoscerla come tale e convincersi che le opinioni delle persone sonom solitamente, del tutto false, distorter, erraste e dunque per questi motivi non meritano alkcuna attenzione., Se riuscissimo in questo esercizio, il nostro comportamento diventerebbe più fewrmo e sicuro, più spregiudicato e più naturale
Quindi, come detto, lo sforzo molto "faticoso" che dovremmo riuscire a compiere è quello di uscire dalla testa degli altri e ritrovare noi stessi.