
Intervento Iniziativa Anpi "Più forza all'antifascismo, più futuro per la democrazia"
Ringrazio, innanzitutto il sen. Pascarella, presidente dell’Anpi della Provincia di Caserta per l’invito di stasera ed il circolo Arci “Campo de’ fiori – Officina del Libero Pensiero” di Maddaloni per aver ospitato tale meritevole iniziativa.
Ho un poò di riflessioni che voglio condividere con voi tutti.
Il 25 aprile è Festa nazionale. Quindi ciò significa che gli italiani riconoscono nel 25 aprile il fondamento della loro identità. Questa data è stata scelta per riassumere i giorni in cui i partigiani insorgono in tutte le più importanti città del nord, liberandole.
Il 25 aprile è dunque la festa di tutti gli italiani perché è la festa della Liberazione, la festa della vittoria della Resistenza antifascista. La Resistenza antifascista è dunque il fondamento del nostro essere italiani. Chi della Resistenza antifascista nega o disprezza o combatte i valori sta semplicemente minando e negando l’identità e l’appartenenza che ci fanno Patria.
Il 25 aprile, giorno della Liberazione, della vittoria della Resistenza antifascista, è Festa nazionale. Festa dell’Italia. Chi non vi partecipa è perciò contro la Patria, nemico dell’Italia.
Si respira una brutta aria.
A Napoli, un candidato della lista civica “Liberi con Lettieri”, Enrico Tarantino, 24 anni militante di Casapound, ha fatto su Facebook auguri di compleanno a Hitler, con una pagina dedicata.
A Roma sono comparsi manifesti, ritraenti un gruppo di giovani fascisti che mostrano le proprie armi, con la scritta 25 Aprile…Buona Pasquetta con fasci littori che sostituiscono i punti esclamativi.
Il 25 aprile purtroppo rimane anche quest'anno una festa che divide. Sono state tante, nei giorni scorsi e soprattutto oggi, le scritte infamanti, le dichiarazioni offensive e le provocazioni di coloro - cittadini anonimi ma anche esponenti politici - che hanno voluto dividere il Paese anziché unirlo.
A Roma è comparsa la scritta in ferro “il lavoro rende liberi”. Roma la cui giunta comunale ha al suo interno elementi legati da anni alla fazione politica della destra eversiva, molti di essi riportano anche precedenti penali.
Borghezio, europarlamentare della Lega ha affermato che “…Nelle guerre civili non ci sono nè buoni nè cattivi, ci sono solo italiani e padani che si sparano gli uni contro gli altri. Questo certamente non è un fatto da ricordare positivamente. Quindi, dato il modo con cui viene celebrata, è soltanto una brutta festa da eliminare. Insomma, così com'è il 25 Aprile è da abolire”
A Milano è comparso il simbolo di Forza Nuova su una lapide commemorativa della Resistenza ubicata.
Al presidente della Presidente di Salernonon è bastato il manifesto del 2010 in cui si affermava che “…gli alleati, nel 1945, hanno salvato l’Italia e l’Europa dal comunismo…”. Quest’anno ha accusato Togliatti di complicità morale nei massacri di italiani nelle foibe.
A Venezia è comparso uno striscione con su scritto “25 Aprile, lutto nazionale”.
In provincia di Rieti, hanno distrutto la lapide dedicata ad un giovane partigiano.
A Corsico hanno bruciato gli addobbi del monumento alla Resistenza.
A Santa Maria a Vico, il paese in cui risiedo, da alcuni giorni si possono notare su alcuni muri il simbolo di Forza Nuova.
E’ stata aperta una sezione di Forza Nuova ed è apparso un manifesto, a firma Forza Nuova e La Destra, in cui si sproloquia di disoccupazione, di immigrazione il cui succo è che tanti italiani sono disoccupati è per colpa degli immigrati.
Infine non dimentichiamo le iniziative legislative (di una ne ho già parlato qualche giorno fa) volte ad attaccare il cuore della democrazia italiana: la norma per disciplinare le associazioni combattenti e reduci (escamotage per dare ai repubblichini di Salò il riconoscimento che cercano da anni), quella per abolire la XII norma transitoria della Carta sul divieto della riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista, l’istituzione di una commissione per “rivedere” i libri di testo perché sulla storia non sono imparziali ed infine l’istituzione di un’altra commissione però d’inchiesta, bisogna indagare su quello che è accaduto tra il ‘44 e il ‘48 tra la Liguria, il Piemonte e l’Emilia, il triangolo rosso dove particolarmente duro è stato il regolamento di conti tra partigiani e fascisti. L’attacco alla Carta, alle istituzioni, agli organi di garanzia come la Consulta e ai cardini dello stato di diritto come il Parlamento e la magistratura è cronaca ormai quotidiana e battaglia condotta alla luce del sole dai partiti di maggioranza convinti che sia giunto il tempo di cambiare tutto o molto.
L’unica cosa logica che qualsiasi persona democratica dovrebbe fare è indignarsi e sostenere che deve essere data applicazione piena al dettato della disposizione transitoria e alle leggi Scelba e Mancino, sciogliendo per decreto tutte le organizzazioni neofasciste e neonaziste italiane sulla base del principio che le idee che esse propugnano non possono avere alcun diritto di cittadinanza all’interno del nostro ordinamento e della nostra società.
Al contempo, qualsiasi persona democratica dovrebbe lottare con noi per contrastare quella estesa agibilità politica e sociale che sempre più viene offerta ai gruppi neofascisti: si concede loro la libertà di manifestare, di radunarsi, di propagandare materiale antisemita, addirittura di aprire sedi con il benestare delle amministrazioni locali.
Ma non è sufficiente. Se ci fermassimo a questo sbaglieremmo e rischieremmo di fare una battaglia di retroguardia. Al contrario, penso che noi dobbiamo chiederci cosa sia il fascismo oggi e fino a dove esso sia penetrato.
Oggi il fascismo, per esempio, ha il volto di Lampedusa. Non certo della Lampedusa antirazzista e solidale, dei tanti giovani che hanno da subito aiutato, prestato assistenza, messo a disposizione la propria generosità e la propria solidarietà concreta alle centinaia e alle migliaia di disperati che hanno raggiunto il nostro Paese nei giorni scorsi. Il volto del fascismo è nella Lampedusa del governo, dei respingimenti, dei rimpatri forzati, della brutalità volgare ed egoista dei ministri leghisti con la bava alla bocca.
Purtroppo non è per niente finita la battaglia contro le idee che hanno mosso l’esperienza storica del fascismo e quel grande “peso morto della storia” che l’ha permessa e accompagnata.
Sarebbe bello guardarsi allo specchio potendosi dire che stiamo facendo quello che è giusto con la massima coerenza tra quello che sentiamo dentro di noi e quello che possiamo fare nella mediazione della politica.
Il fascismo è odio in tutte le sue forme d’espressione. Invece che assistere a spettacoli indecorosi, come il saluto romano fatto dalla presidente della regione Lazio R. Polverini, l’ammissione da parte del ministro La Russa ad annozero di essere “fascista ed orgoglioso di esserlo” e tanti altri pericolosi episodi che rievocano il ventennio fascista dovremmo ringraziare ogni giorno il movimento partigiano. Forse, anziché pensare di abrogare l’apologia del fascismo, dovremmo pensare di proporre una legge che aggiunga ai consueti simboli della Repubblica Italiana presenti negli uffici istituzionali, quali la bandiera Italiana e la fotografia del Presidente della Repubblica, un’immagine che ricordi la resistenza partigiana.
Si sveglino le coscienze inquiete. Bando ad ogni rassegnazione. Si facciano sentire le voci di quanti, in silenzio, trovano insopportabile una situazione del genere. Si faccia, insomma, sentire, con forza una volontà popolare unitaria di rigetto di questo pericoloso tentativo di spingerci verso soluzioni autoritarie e populiste. A tutti chiedo un maggior impegno nella vita di tutti i giorni, nello svolgimento delle singole funzioni della vita democratica, ma anche nei grandi momenti della vita del nostro Paese. Dobbiamo far passare il concetto che dalla Guerra di Liberazione, dal 25 Aprile, non si torna indietro, non si può.
Rileggendo quanto accaduto negli ultimi due anni, ho la sensazione di assistere a un piano strutturato per riscrivere la storia in modo strumentale. Un piano che questa volta ha la forza dei numeri di cui gode la maggioranza politica di questo centrodestra.
Occorre dunque un sussulto delle coscienze, un maggiore e forte impegno di tutti a difesa dei valori su cui si fonda la nostra Repubblica nata dalla Resistenza.
La memoria è il valore che ci può salvare, la testimonianza più autentica e più severa.
Memoria e storia sono il contrario dell’oblio che tende a massificare tutto e a cancellare le differenze.
Fare memoria legandola alla conoscenza storica significa, non solo tributare il doveroso omaggio a chi ha sacrificato la vita per la libertà, ma far rivivere, nella società contemporanea, che sembra aver perso la propria identità, i valori della pace, della solidarietà, della giustizia sociale, della politica posta al servizio del bene comune e non di interessi di parte, che animarono i partigiani e i combattenti per la libertà.
……l’eredità maggiore lasciataci dalla Resistenza è la Costituzione Repubblicana che Piero Calamandrei definì Resistenza tradotta in formule giuridiche… Costituzione che va compiutamente attuata, eliminando il contrasto stridente tra i principi costituzionali e la durissima realtà, soprattutto per i giovani, costretti, se tutto va bene, ad accontentarsi di lavori precari e provvisori. Precarietà del lavoro che si è trasformata in precarietà di vita, di progetto.
Concludo con una citazione che, a mio avviso, è molto bella, significativa e adatta al Calamandrei ricordava che “…nelle celebrazioni che noi facciamo in occasione del 25 Aprile, noi ci illudiamo di essere, qui, vivi a celebrare i morti. E non ci accorgiamo che sono loro, i morti, che ci convocano qui, come dinanzi a un tribunale invisibile, a rendere conto di quello che in questi anni possiamo aver fatto per non essere indegni di loro, noi, vivi…..i morti non hanno considerato la loro fine come una conclusione e un punto di arrivo, ma piuttosto come un punto di partenza, come una premessa, che doveva segnare ai superstiti il cammino verso l’avvenire…..è la nostra vita che può dare un significato e una ragione rasserenatrice e consolante alla loro morte, e dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre…”.
Questo è dunque l’impegnativo compito che attende tutti noi.
Il 25 aprile simboleggia vent’anni di un’altra Italia, differente da quella del regime fascista; una resistenza che non è solo quella partigiana, ma anche quella di coloro che non si sono piegati quando un’altra Italia sembrava impossibile; di coloro che si sono opposti nettamente e clamorosamente, nella lotta clandestina, ma anche di chi, più modestamente, ha cercato di salvare il salvabile di dignità e ragionevolezza, senza eroismi ma con la capacità di non lasciarsi abbagliare dall’ «aria del tempo», di respingere la tentazione di «marciare con la Storia», di preservare quell’intelligenza critica che non si lascia sedurre dai belati del gregge, neanche quando sembrano ruggiti di leoni.
Anche oggi, dinanzi al dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge l’Italia, è forte la tentazione di arrendersi, di lasciarsi andare, di credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante. L’indifferenza che mette in soffitta la Resistenza vera e propria e l’attentato alla Costituzione, che da essa è nata e che è la spina dorsale dell’Italia civile, sono un sintomo fra i tanti di questa involuzione morale. Ma proprio quella data insegna a non scoraggiarsi; ricorda come credere che tutto sia perduto e che non si possa più reagire sia una tentazione, stupida come lo sono in genere le tentazioni. C’è un’altra Italia possibile, rispetto a quella che oggi subiamo. Non è il caso di fare inchini al mondo così com’è e come esso pretende, anche perché, se proprio si è costretti a farlo, ci si può inchinare come Bertoldo, che si piegava davanti ai potenti, ma voltandosi dall’altra parte.
Per me l’antifascismo è l’insegnamento che di fronte alla situazione più disperata ed alle difficoltà più grandi esiste sempre la speranza di cambiare le cose. E l’unico modo per farlo è lottare, restituendo agli sfruttati nuova linfa per il riscatto di massa.
Antifascismo significa prepararsi a qualsiasi difficoltà, tenere duro quando gli altri mollano, combattere quando gli altri si arrendono. L’antifascismo per noi, e per tutti coloro che non accettano l’ingiustizia della realtà, significa continuare quella lotta cominciata sessantaseianni fa e mai conclusa. Forse è per questo che la parola Resistenza per noi non è una lapide da commemorare, ma una parola che descrive il passato, il presente ed il futuro.
Quando mi chiedono perché iscriversi all’Anpi? Perché è importante tenersi fedeli alle cose forti e sicure della nostra storia: la Costituzione e la memoria della Resistenza. Per la Necessità della memoria, di mantenerla viva, per la necessità della Costituzione, di presidiarla e farla attuare. Per un profondo senso di responsabilità, per passione civile,per fede assoluta nell’ideale del bene comune, per la voglia di esserci, di far sentire le ragioni della storia migliore del Paese, che questo Paese ha conquistato alla libertà, alla giustizia, ai diritti. Perché i miei nonni hanno servito il regime fascista.



