
Hotel Supramonte
Dimostra come la prigionia rimetta in questione tutti i cardini concettuali dell’esistenza: le certezze ed i dubbi, l’amore e la passione, il libero arbitrio e perfino le oscure intenzioni del destino, nome di comodo della nostra precarietà. Si entra in una terra di nessuno dove l’unico modo di camminare è di procedere a tentoni, nessuno che dica se vi sono ancora traguardi, dove si protenda la linea dell’orizzonte, quale nebbia abitare e a quale abiiso sfuggire “E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo, tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo, e una lettera vera di notte falsa di giorno e poi scuse accuse e scuse senza ritorno”.
Basta una voce nuda e un ricamo di chitarra a spezzare la fascia stretta del silenzio, una domanda senza risposta a dire la certezza dell0incertezza che monta “ E ora viaggi ridi vivi o sei perduta, con il tuo ordine discreto dentro il cuore, ma dove, dov’è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore”.
Tocca all’amore smussare le dissonanze della paura, comporre i conflitti dell’animo in nuove armonie “Grazie a te ho una barca da scrivere e un treno da perdere, e un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve, sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete, passerà anche questa stazione senza far male, passerà questa piofggio sottile come passerà il dolore”.
E così la speranza e lo sgomento si intrecciano, sulle frasche del Supramonte. E la solitudine trova nella condivisione il suo antidoto:” E ora siedo sul tletto del bosco che ormai ha il tuo nome, ora il tempo è un signore distratto e un bambino che dorme, ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mnao, cosa importa se sono caudto se sono lonatno”.



