
Downshifting. Ma de che?
Negli ultimi due mesi mi è capitato, sempre più spesso, di leggere articoli ed interviste sul downshifting. Il guru italiano di questa tendenza, di questo atteggiamento (ridimensionare gli imperativi del lavoro e del consumo per seguire vie alternative) è Simone Perrotti. Per 19 anni è stato manager di una importante azienda. Lui dice “Di giorno (e spesso di sera). La mattina presto scrivevo romanzi, più o meno dalle 6.00 alle 9.00. Durante la pausa del pranzo, nelle feste, in ogni altro momento utile, organizzavo corsi di vela, uscite in barca. Per anni è andata così. Ed è stato un gran vivere. Molta fatica, soprattutto negli ultimi tempi. Poi ho deciso di cambiare. L’ordine è stato: sovvertire i pesi. Poco tempo per il lavoro, molto per la vita. Ho lasciato soldi, carriera, quel piccolo potere conquistato, e ora scrivo, il motivo per cui sono nato. E navigo, per vivere, ma anche per non perdermi. Scrivere è la la mia vita. Navigare il mio sostentamento.”
Affascinante, non c’è che dire. Chi non ha mai detto fra sé e sé “Basta, mollo tutto!” , “Ma che vita è mai questa?”, “Non c’è la faccio più a reggere lo stress, devo cambiare qualcosa”, “Vorrei scappare in qualunque parte del mondo e ricominciare daccapo”. Spesso ho sentito dire anche “Mi basta un paio di scarpe nuove, la salute e posso girare il mondo”. Questo nel mondo delle favole, nel mondo dei vorrei. Sognare o parlare che costa? Assolutamente niente. Sognare ad occhi e a bocca aperta. Se si potesse obbligare gli uomini ad essere consequenziali, coerenti con tutto quello che sputano fuori vivremmo in un mondo diverso. Purtroppo non è così. E ci ritroviamo ad ascoltare tante belle chiacchiere, propositi, ideali, percorsi alternativi…un bel po’ di cazzate. Cosa spinge a determinati ragionamenti? Forse un’insoddisfazione di unavita che non basta a se stessa, che sogna di ricominciare ogni mattina con un sogno diverso, di misurarsi con quel che non sa fare piuttosto che con ciò che ha già dimostrato. Piuttosto che la stoltezza di chi arriva alla morte umana e professionale in tarda età ripetendo lo stesso consumato esercizio, meglio lo scarto nell' incomprensione, la ritrovata gioia del principiante, la scoperta di saper (non) fare un diverso mestiere o semplicemente di essere un altro tipo d' uomo o di donna.
Noto, nel mio frequentare le persone più diverse, nel mio girovagare incessante, che, poi, tutte queste belle idee rimangono tali. Appunto chiacchiere al vento. La stragande maggioranza dei suddetti “alternativi” o “pentiti” rimane incollata alle loro auto, ai loro cellulari, alle loro vacanze, alle loro case, ai loro gioielli, a mamma e papà, alle loro “uscite”, ai loro consumi, ai loro sbattimenti. Per non parlare di quando ci sono pure i figli per lo mezzo.
A ben ragionare, questo “scalare la marcia” non è niente di nuovo, anzi. Ricordo, per esempio, San Francesco D’Assisi. Anche lui è stato un downshifters. Ma con i controglioni, però. Ha mollato davvero tutto.
A guardarsi intorno, non si trovano le prove che questo diffuso desiderio downshifting, di staccare la spina con gli obblighi e i doveri, abbia, concretamente, prodotto un abbandono di massa dell' abbandono del lavoro e della routine sociale.
Il profilo del downshifter è: prevalentemente maschio, tra i 25 e i 34 anni, quasi sempre laureato, professionista, agiato, residente al Nord. Grazie al c…o. Nessuna ricerca fornisce cifre assolutesul fenomeno. Una stima ipotizza che nel mondo sarebbero 16 milionii “disponibili” a scalare la marcia, ma poi lo fannodavvero o restano sognatori frustrati? E scalare la marciacosa implica davvero, quale grado di sacrificio? Sono sicuramente molto praticati i compromessi, le vie di mezzo, i palliativi. Penso, ad esempio, allavoro part-time, all' anno sabbatico, alnomadismo lavorativo, all' esperienza più o meno temporanea di volontariato in una Ong nel Terzo Mondo. Il downshifting integrale sembra invece più una suggestione consolatoria di massa che una pratica di massa. Alcune rinunce adun' affermata carriera sono riconducibili, secondo me, a ciò che può essere configurato come un'offesa alla propria autostima e all'amor proprio. Oppure è presentela sensazione di aver raggiunto il proprio limite, di non poter andare oltre. Paura di fallire la prossima prova, di deludere aspettative e contraddire la propria immagine di successo. Della serie…non tiriamo troppo la corda…che può spezzarsi. La prossima volta potrei fallire. Megliobuttarsi giù da solo. Potrebbero anche essere altre le motivazioni di una scelta del genere. C’è chi staccaquando la sua carriera si blocca e vede colleghi che la scavalcano. Chimolla quando ritiene di aver smentitola disistima di persone care. A volte si puòlasciareper lasciare, prima che per trovare(della serie…bisogna aver voglia di spaccareil mondo e io non ce l' ho più). Per quanto più sobrio e anticonsumista, lo scaltore si servecomunque di merci che qualche schiavo del sistemadovrà pur rimanere a produrre. Perotti afferma che “i soldi non sono un buon motivo per fare, non sono un buon motivo per non fare. Io non sono ricco. Non avrò neppure la pensione. Vivo con 700 euro al mese.” Intanto il suo libro di successo è il prodotto di un' industria sostenuta da carriere come quella che lui ha abbandonato. Secondo me, è una scelta un po’ snob, accessibile a pochi.
Mi verrebbe da dire…a Simò ma vaffa.…o. Innanzitutto hai lavorato per 19 anni da manager. Non da facchino, impiegatuccio, passacarte, sguattero. Non da precario. Non credo che il tuo stipendio fosse da 1.200 € al mese. Un bel gruzzoletto l’avrei messo da parte in 19 anni, o no?. Io, a 36 anni, sto ancora faticando per imboccare la strada lavorativa giusta. Non ho mai lavorato per più di 2 anni e mezzo presso una stessa azienda. Sono sempre stato precario (tranne un periodo di 8 mesi, tanti anni fa). Quando è andata bene (qualche volta quindi) ho guadagnato 1.4000 € al mese. Vivo con meno di 700 € al mese. Farei, seduta stante, senza se e senza me, cambio di conto corrente (con il tuo, naturalmente). Quando arriva qualche imprevisto (dalla salute alla macchina) ho bisogno, ancora, dell’aiuto dei miei genitori. Ah dimenticavo, sono munito del pezzo di carta (la laurea, il master) e di qualche competenza (acquisita sul campo e non scesa dal cielo). Esco di casa alle 8 del mattino e rientro, se va tutto bene, non prima delle 20:30. Faccio, in media, 120 km al giorno (per lavoro, logicamente). Ed in aggiunta faccio politica attiva, scrivo qual cosina ogni tanto e dedico un po’ di tempo ad alcune associazioni. Quindi di cosa parliamo?
Che ca..o di marcia dovrei scalare? Forse, dopo tanti sbattimenti, ho appena ingranato la prima.



