
Adulto...a chi?
Le differenze generazionali si stanno assottigliando, per non dire che stanno scomparendo. Genitori e figli sembrano perdersi, senza più distinzioni, nello stesso “mare della vita”. Come crescere in un’epoca che anela, aspira, sogna la gioventù eterna? Mi sembra di vivere in un mondo che definirei a responsabilità zero. Vedi i genitori che inseguono l’ultima versione del videogioco alla moda, vedi le ore che passano su fb. Ho l’impressione che i c.d. adulti si sono smarriti. Immaturità testarda, inseguimento del tempo passato, rifiuto delle responsabilità.
Senza badare troppo alla carta d’identità, definendo un adulto come colui che si assume le conseguenze delle sua azioni e delle sue parole (che sono, come dicevi Levi, come pietre), non posso che notare di adulti la nostra società ne sta perdendo molti. Esempi: un genitore che invece di sostenere l’altro nell’educazione del figlio, sfuggono a tale compito, sempre pronti a giustificare, difendere la propri creatura vuoi nei confronti di un professore, vuoi nei confronti dei primi problemi di vita. Oggi non tengono più le distinzioni di un tempo tra le varie età della vita. Prima si giudicava immaturo un qualsiasi comportamento che manifestava uno slancio vitale della giovinezza. Oggi a cosa assistiamo invece? Ci si veste a sessant’anni come dei trentenni, i cinquantenni sognano le stesse cose dei trentenni, consumano gli stessi procotti, si arriva perfino a scimmiottare lo stesso slang. Ritengo che a tutto questo contribuisca anche l’uso di fb o simili, spazi dove i legami che si creano sono spesso a responsabilità zero. Ottieni un’”amicizia” premendo un pulsante, il suo incremento diventa quasi segno di distinzione. La fissa dei videogiochi ci introduce in un mondo parallelo, artefatto. “Droga” tecnologica che confonde la vita vera con la simulazione. Incontro sempre più spesso adulti che, come molti adolescenti, sono “always on”, sempre attaccati alla rete. Senza questa “connessione” la loro vita perderebbe di senso. Per questi adulti la disconnessione rivelerebbe il vuoto di una vita sostenuta da legami artificiali.
La trasformazione dell’adulto va nel senso dell’esaltazione del mito di Peter Pan, una felicità spensierata e priva di ogni responsabilità. Un’amica, figlia di genitori separati, mi ha confidato che il padre, poco più che cinquantenne, non fa altro che correre dietro alle sue amiche e poi chiede di potersi confidare con lei. Tra genitori e figli, chi è più bamboccione? La solitudine delle nuove generazioni deriva innanzitutto dalla difficoltà che gli adulti hanno nel sostenere il loro ruolo educativo.
I giovani, anche con comportamenti devianti, chiedono di essere visti, chiedono di essere aiutati a non perdersi, voglio che qualcuno risponda alle loro domande, che qualcuno si accorga di loro. Gridano una domanda…. esistete ancora? Esistono ancora degli adulti? Esiste ancora qualcuno che sappia assumersi responsabilmente il peso della propria parola e delle proprie azioni?
Noto la solitudine di una generazione che si sente lasciata cadere, abbandonata, che cerca il confronto con il mondo degli adulti ma non lo trova, nel senso che fa fatica a trovare degli adulti coi quali misurare il proprio progetto di vita, di mondo. La congiuntura economica che ci ritroviamo a vivere con la precarietà materiale e mentale conseguente moltiplica, amplifica e rende questo dato ancora più importante. Sarò ripetitivo (già ne ho scritto) ma mi domando quale mondo stiamo consegnando in eredità alle nuove generazioni? Cosa possiamo fare per ridare speranza? Se il luogo dell´adulto resta vuoto, sarà difficile per le nuove generazioni sentirsi riconosciute, sarà difficile potersi sentire davvero figli. Figli di chi? Di quale genitore, di quale adulto? Di quale testimonianza di vita?
Intendiamoci, l´adulto non è tenuto ad incarnare nessun modello di perfezione. Parlando con i miei amici psichiatri e psicologi, ho capito che ad un adulto non si deve chiedere di rappresentare l´ideale di una vita compiuta, ma di dare peso alla propria parola, il che significa innanzitutto
provare ad assumerne tutte le sue conseguenze.
Il termine adulto, come vecchiaia, oggi sembra quasi una parolaccia. Fateci caso, oggi i più o meno quarantenni tendono a derubricarsi come giovani, quando non addirittura ragazzi. La linea di
demarcazione si sta spostando sempre più verso i cinquantenni.
La telefonata tra il comandante De Falco e Schettino comandante della Concordia mi sembra un esempio calzante di quanto detto.
De Falco: «Sono De Falco da Livorno, parlo con il comandante?
Schettino: «Sì, buonasera comandante De Falco»
De Falco: «Mi dica il suo nome per favore»
Schettino: «Sono il comandante Schettino, comandante»
De Falco: «Schettino? Ascolti Schettino. Ci sono persone intrappolate a bordo. Adesso lei va con la sua scialuppa sotto la prua della nave lato dritto. C'è una biscaggina. Lei sale su quella biscaggina e va a bordo della nave. Va a bordo e mi riporta quante persone ci sono. Le è chiaro? Io sto registrando questa comunicazione comandante Schettino...».
Schettino: «Comandante le dico una cosa...»
De Falco: «Parli a voce alta. Metta la mano davanti al microfono e parli a voce più alta, chiaro?».
Schettino: «In questo momento la nave è inclinata...».
De Falco: «Ho capito. Ascolti: c'è gente che sta scendendo dalla biscaggina di prua. Lei quella biscaggina la percorre in senso inverso, sale sulla nave e mi dice quante persone e che cosa hanno a bordo. Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne o persone bisognose di assistenza. E mi dice il numero di ciascuna di queste categorie. E' chiaro?
Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto... veramente molto male... le faccio passare un'anima di guai. Vada a bordo, cazzo!»
Schettino: «Comandante, per cortesia...»
De Falco: «No, per cortesia... lei adesso prende e va a bordo. Mi assicuri che sta andando a bordo...».



