
30° soldato italiano ucciso in Afghanistan
Ieri è stato ucciso il tenente Alessandro Romani, il trentesimo italiano deceduto in Afghanistan dal 2004. Qualche pensiero sparso sulla guerra, o meglio sulle guerre in cui anche noi italiani siamo impegnati con nostri contingenti.
Innanzitutto un qualche bilancio consuntivo, dopo circa 20 anni di missioni armate in giro per il mondo, di operazioni internazionali, peacekeeping e di bombardamenti umanitari, sarebbe pure il momento di buttarlo giù. Questioni sulle quali non ci si troverà affatto d’accordo, neppure a sinistra. Quali risultati hanno prodotto? Che vita conducono oggi quelle popolazioni, quelle centinaia di milioni di abitanti del globo, che hanno “goduto” del beneficio di subire guerre umanitarie, guerre contro il terrorismo, guerre per il trionfo, l’esportazione della democrazia? Come se la passa oggi la Somalia? E il Kosovo in che fine ha fatto? E la Bosnia militarizzata da truppe straniere? Non era li che si combatteva per l’autodeterminazione dei popoli? Come vanno le cose in Iraq a sette anni dalla “liberazione”? Quanto è piacevole oggi vivere in Afghanistan dopo nove anni di guerra? Il resto del mondo quanto è diventato più giusto, più libero, più sicuro, più al riparo dal terrorismo?
Dunque, la guerra. Le guerre. Diciamo meglio: le guerre successive alla caduta del Muro di Berlino e al dissolvimento dell’Urss.
Erano gli anni in cui Bush senior predicava l’avvento di un “nuovo ordine internazionale”, cioè di quel nuovo assetto planetario che avrebbe dovuto rimpiazzare la divisione del mondo in due blocchi, una volta celebrato il funerale di una delle due superpotenze venuta a mancare (quella sovietica). Il sistema binario aveva partorito una monade. Corollario ideologico fu la “fine della storia”: ossimoro già sufficientemente ameno nella formulazione originaria di Fukuyama, poi ulteriormente sputtanato nella vulgata corrente di quegli anni. Ovviamente il “nuovo ordine internazionale” di Bush senior doveva ruotare intorno all’unica Superpotenza rimasta in piedi, cioè gli Stati Uniti. Ovviamente il “nuovo ordine internazionale” doveva essere imposto con la forza delle armi, se necessario, per ficcarlo nella zucca di popoli o governi o regimi che risultassero riottosi. Insomma, cosi cominciarono le guerre del post-Secolo breve, del post-Guerra Fredda, del post-Storia tout court. Guerre che naturalmente non si chiamavano guerre, ma “missioni di polizia internazionale”. Solitarie o di gruppo, con o senza investitura dell’Onu…particolari. Così avvenne, a cominciare dall’invasione di Panama nel dicembre del 1989, quando 27 mila marines americani sbarcarono con l’obiettivo di spodestare il “cattivo” di turno, quel Manuel Noriega, uomo-forte in odore di narcotraffico. Ma come succede spesso in questi casi, il “cattivo” di turno, qualche anno prima, era “buono”. Gli americani, anche in questo, sono maestri. Ieri buono, oggi cattivo. Ieri ti ho finanziato, oggi ti bombardo. Anche Noriega era un uomo di fiducia sul libro paga della Cia, “caduto in disgrazia” poi. Le vittime civili panamensi dei bombardamenti americani su Città di Panama sono piombate nel dimenticatoio della storia, vista la coincidenza temporale dell’invasione statunitense con la “rivoluzione rumena” e l’esecuzione di Ceausescu. Ma la vera guerra che fece davvero capire che tipo di vento soffiasse in quel mondo “fuoriuscito dalla storia”, fu la Prima Guerra del Golfo. L’Iraq di Saddam Hussein nell’agosto del 1990 aveva invaso il Kuwait (pare con il silenzio-assenso della signora April Glaspie, ambasciatore americano a Baghadad,) e quindi doveva essere punito. Dopo mesi di martellante campagna mediatica finalmente nel gennaio del 1991 venne scatenata “Desert Storm”, missione a guida statunitense sotto egida dell’Onu. Nei quaranta giorni di bombardamenti ininterrotti (ai quali parteciparono anche alcuni Tornado italiani) non venne mostrato quasi nulla all’opinione pubblica mondiale, alla quale fu fatto credere invece di assistere alla prima guerra in diretta. In realtà sugli schermi tv si videro solo sfondi verdognoli, illuminati dai traccianti della contraerea. War game, video game. Ma non si vide sangue, non si videro le carneficine, i massacri, lo sterminio dell’esercito iracheno in ritirata. Tutta roba archiviata come “effetti collaterali”. Fu però celebrata l’incontrovertibile supremazia tecnologico-militare americana, utile a far intendere (soprattutto a un’Urss sull’orlo del disfacimento) in che cosa poteva tradursi l’espressione “nuovo ordine internazionale”. Poi Bush senior, avendo capito in che rogne si sarebbe potuto cacciare, lasciò Saddam Hussein al potere. Poi seguirono 12 anni di feroce embargo all’Iraq, che provocò un milione e mezzo di morti di cui mezzo milione (vedi Unicef) furono bambini. Nei bilanci consuntivi delle guerre, questi numeri hanno peso? Andiamo avanti. Trascuriamo pure “Restore Hope” (altro nome immaginifico per un intervento militare: “Restituire speranza”), la missione umanitaria per cacciare Aidid, nuovo cattivo di turno, costata la vita a qualche decina di migliaia di somali (e durante la quale anche alcuni militari italiani vennero fotografati mentre piazzavano elettrodi sui genitali dei prigionieri). Ricordiamo solo che l’esito della missione fu che la Somalia, da quel 1993, ha continuato ad essere devastata da carestie, fame e conflitti nella solitudine più remota. Lasciamo perdere. Sorvoliamo anche sui controversi interventi armati della Nato nelle Guerre Balcaniche degli anni ‘90. Domandiamoci magari solo se le missioni internazionali del dopo-guerra in Kosovo prevedevano la “contro-pulizia etnica” per scacciare i serbi. Chiediamoci se le narcomafie, che imperversano dentro e fuori dalle nuove istituzioni, devono essere considerate ormai parte del paesaggio balcanico. Passiamo dunque oltre. Perche e da li che si arriva all’Afghanistan e poi all’Iraq, le due avventure di Bush II, dove è stata sperimentata la “guerra preventiva” e che dovevano essere il preludio - ricordate? - addirittura della “guerra infinita”, della guerra (parole di Dick Cheney) che avrebbe “superato le generazioni”. La guerra, quindi, come condizione permanente: e questa la scelta che venne fatta dopo l’11 settembre del 2001 e l’attacco all’America. Uomini all’appuntamento con la Storia, questi Bush: se il papà aveva dovuto imbrigliare il mondo del dopo-Urss imponendo un “nuovo ordine internazionale”, al figliolo ex ubriacone e “cristiano rinato” toccava in sorte di liberare il pianeta Terra dal terrorismo. M.C. (mica cazzi!). Pensando di dover completare l’opera del babbo, George lo fece in un mondo che immaginò e volle unipolare, cioè a senso unico, decisamente a guida Usa. Quindi l’Onu diventava un fastidioso fardello, le relazioni internazionali null’altro che uno strumento per esercitare una dovuta supremazia. I fini intellettuali neocons che hanno compiuto la straordinaria impresa di riuscire a dominare e incantare la cultura politica, giuridica ed economica, giungendo a farsi prendere sul serio perfino da settori della sinistra, suggerirono a Bush l’elegante formula che sintetizzava quel sentire: “chi non è con noi è contro di noi”. Cacchio. Tutto qui? Tutto qui. Eppure e proprio da qui che comincia la guerra preventiva, di cui Iraq e Afghanistan – piaccia o meno – sono stati e sono i campi di battaglia. Vale semmai la pena ricordare che il corollario della guerra preventiva, della “guerra anche sporca, segreta, non convenzionale, da combattere con tutti i mezzi”(discorso di George W. Bush del gennaio 2002 sull’Asse del Male) è stato il via libera alla revisione e all’imbarbarimento del diritto. E dunque: vai con la tortura, con l’abolizione dell’habeas corpus, con i sequestri, le deportazioni e le carceri segrete, con i lager di Guantanamo e Abu Ghraib. Ma l’Afghanistan venne prima, appena dopo l’11 settembre. Direttori di giornali che inconsapevolmente si copiavano i titoli degli editoriali (“Siamo tutti americani”), ebbero appena il tempo di comprendere la portata e le conseguenze di quel che avevano scritto, che il 7 ottobre del 2001già erano cominciati i bombardamenti su Kabul. Sull’onda dell’emozione davanti alle macerie delle Torri Gemelle (del Pentagono no, non era stato mostrato quasi nulla), Bush e i suoi avevano messo in piedi l’”alleanza internazionale contro il terrorismo”. L’Onu benedì la guerra, l’Europa si schierò compatta, dissero s i anche Russia e Cina, perfino le capitali arabe, una dopo l’altra, vennero risucchiate nell’impresa. La caccia a Bin Laden non prevedeva imboscati. Tutti assentivano. Ma oggi, nove anni dopo, è impossibile leggere il prolungarsi della guerra in Afghanistan (e la relativa “missione di pace” in cui e coinvolta l’Italia) senza tener conto di quel che è accaduto dopo e altrove. Oggi lo sguardo grandangolare include prima di tutto il disastro iracheno: dunque le menzogne sulle armi di distruzione di massa, l’umiliazione dell’Onu, le torture, le promozioni degli ufficiali torturatori, gli stupri, il fosforo bianco su Falluja, il riesplodere dei fanatismi religiosi e il formidabile impulso al terrorismo qaedista, i sequestri e gli sgozzamenti in diretta, i massacri di civili. E infine, include l’ “exit strategy”. Cioè: tiriamocene fuori. Cioè: un’intera nazione è stata distrutta, c’è qualche milione di morti da contare, il controllo del territorio non lo abbiamo ottenuto, quello del petrolio è parziale, dunque tiriamocene fuori. Magari lasciando in Iraq qualche decina di migliaia tra soldati e mercenari. L’Afghanistan non è fuori contesto. Nasce come prima tappa della “guerra infinita” di Bush figlio, che a sua volta viene anche dal “nuovo ordine internazionale” di Bush padre. Il nero e democratico Barack Obama non è l’uno nè l’altro e il disastro afghano non l’ha voluto lui. Ma un disastro afghano c’è. Il disastro c’è, come ha dovuto prendere atto (ovviamente senza sostenerlo) anche la Conferenza internazionale di Londra sull’Afghanistan del gennaio 2010, che ha in sostanza proposto di invertire la rotta, di inventare una qualche strategia che non sia solo militare, di investire denaro (anche per comprare capi villaggio e leader talebani) e di lasciare la porta aperta a possibili trattative con i cosiddetti “talebani moderati”. Più diplomazia, insomma, anche chiudendo uno o due occhi sui principi, e meno armi. Il disastro c’è. Proviamo un bilancio. E poniamo che debba essere solo una qualche Realpolitik ad ispirarlo. Poniamo pure che nel bilancio i morti e le stragi non debbano essere calcolati. Poniamo insomma che l’etica non c’entri nulla in certe questioni. Dunque la domanda e’: che cosa è oggi l’Afghanistan, a nove anni dall’inizio dell’intervento armato internazionale? E’ francamente difficile vedere qualcosa di diverso da un paese nel caos, dove lo Stato praticamente non esiste. Il presidente Karzai può esercitare il suo potere e controllare il territorio solo a Kabul e zone limitrofe (per questo lo chiamano “il sindaco” di Kabul), mentre talebani, “signori della guerra”, narcotrafficanti e bande criminali controllano il resto del paese. La produzione dell’oppio e aumentata, la povertà e la mancanza di prospettive spingono i giovani ad imbracciare le armi (arruolati da talebani, “signori della guerra”, bande criminali o narcotrafficanti,non fa differenza). Le donne continuano a portare il burqa, cinque milioni di bambini (la metà della popolazione infantile) non vanno a scuola. Brogli elettorali a parte, la democrazia non si vede, i diritti umani sono due parole messe insieme. Le autobombe esplodono ancora. Centomila soldati stranieri, la maggior parte americani, continuano una guerra apparentemente senza sbocco. Periodicamente vengono lanciate offensive a largo raggio (l’ultima si chiama “Mushtarak” e impegna 15mila militari, afgani compresi) che immancabilmente non risultano risolutive. Non solo. Il terrorismo ha contagiato il Pakistan. Bin Laden è vivo. Ma basta cosi. Bando ai piagnistei pacifisti. Se le guerre servono, si facciano le guerre. Si uccida, si bombardi e si distrugga. Lancia in resta. Però, ogni tanto, si tiri qualche bilancio….
Mentre scrivo questi appunti, il mio pensiero va ad un mio giovane amico, Giuseppe, partito per Herat 2 mesi fa. Tornerà a gennaio 2011. Ad ogni notizia di un attentato in quella provincia, mi si gela il sangue ed aspetto con il cellulare tra le mani. Forza Giuseppe, resisti.



